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Ho sentito le voci della mia generazione fioche nel raccontar il proprio io sprezzante verso una società intransigente a introspezion di se, a conoscenze eternamente poetiche, senza sperar nulla gloria nei propri versi scritti, in vergogna di se per qualche sventurato ch’avrebbe certo avuto da mal pensare di questo o quell’autore, noia scolasticamente irrilevante del suo mondo di storia virtuale e musiche ripetitive cervellocalcificanti come la politica-illusione di televisioni ed economisti.

Neo-hippie che dal loro iperuran-cannabinoide di pittura, cinema e poesia traevan riflessioni ipocondriaco-politicizzate e bulimia di comunismo in provetta leggendo aforismi d’autori la qual profondità vedevasi fondare sul bel business dell’ignoranza feconda di padre parlamento e madre banca passando per nonna chiesa e uno zio presidente di una ditta di venditori di saponette su cui scivolar derisi, con la convivenza perenne di una ipocrita scuola decisa a corroder l’umano desir di canoscenza per meglio lasciar posto a quelli ch’avevan scagliato negli stadi e nelle strade lanciatori di coriandoli sanguinolenti e bombe e figa e droga malgiudicandola con mani pulite nel tritolo di un’altra guerra circondati da tette e cazzi mescolati dalla medicina ingloriosa di tronisti e belle prostitute di spettacolo, ordigni di artificial bellezza ed estreme figlie di Moloch mangiatore di menti naturali e chirurgo di seni enormi e fighe sbiancate e venditore di antidepressivi ed altra merda.

Ho sentito definire pazzi quelli che ridevan rossi ed odoranti di vino degli yuppie benvestiti, dei vecchi ricchi madrevenditori e delle mamme liberal-nazicomuniste e strafottenti, fornaci di figli depressi o defuturizzati, sulle strade bene di una mafiopoli natural paradiso depurificato in spazzatura muschio-marino e schiume giallastre di eroinomani motoscafisti arricchiti su debiti di poveri professori e piccoli imprenditori sfruttati.

Ho sentito le pene di giovani ex tossicodipendenti nullafacenti, disonorati dall’affettopatia dei genitori, con palle e pensieri degni dei più grandi vate italiani abbattersi sull’impotenza di conquistar quei successi diversamente visti e trovati dalla mediocrità itinerario-arrivista dei pusillanime con uno strano senso della prospettiva del loro cazzo, e della loro vita ipocritamente superficiale a rigor di una logica osmoticamente trasmessa da Moloch.

Ho sentito di uomini succhiare cazzi, o inumidir la fregna e così di donne, per chi sa quale depravazion di massa che desse una moda anche alla sessualità trasformando il piacer sessuale essenza immatura della natura umana in un gestito sistema di eroticità eccessiva e malata sopraffattrice di maschi vermiformi che addolcivan la fregna di fanciulle spurgate dal loro mito di religiosa verginità in orge di citycar che si protendevan per ore di buio fino ad innalzar l’odor di sudore e la condensa nei loro cocchi all’alba deflorata di piacer soporifero sul bacio assonnato dell’ultimo saluto distratto dal pensiero della propria eroicità sessuale,

sentendo ancora il dubbio d’essermi fatto trascinare in questa follia di fisicità asessuata, col pensiero di poter succhiare anch’io cazzo e figa e petto ermafrodita di qualunque bellezza angelica in qualunque macchina o barca o letto in un alchool-sballo e sotto stupefacenti-infernali in alcova solitaria, baciando e fottendo nel buio un ombra di cui non son più certo esser di donna.

Ho sentito balbettar parole senza senso per balli sballi e testosteron di sinapsi sconnesse, gli eroi tutto cultura e coglioni del futuro barcollando gambimolli per la strada o danzando fuori controllo in disco-pub o macchine, sognando inconsciamente jazz in quei ritmi tribal-petulanti,

e gli altri giovani cavalieri del sapere folle-sobri, parlar di suicidio e mal di vita su terrazze o in scale di università disprezzando questo professor-corrotto o lo studente vernacolar o quell’idea o l’ideal politico pensier-represso o la formazione del napoli nell’ultima partita citando film e canzoni vecchio rock di spessor letteral-musicale nostalgicamente e masticando jazz.

L’infernal scalpiccio delle tribù infantili in quartieri aridi d’amore e sole, dipendenti da miti impellicciati di morte in pillole e polverinalazioni di neuronal distruzione, proiettili in fronte d’angeli dalle barbe lunghe abitantirritazione della città dei loro padroni venditor di se stessi e della propria anima umana, e sprezzanti di quelle pustole inuman-terrificanti autolobotomizzati da vino e follia impura tradotti da Moloch e di Moloch schiavi richiedenti soldi per pane e cocaina, e privati di un qualsiasi desiderio puro o impuro e sogno e momento liberator-represso e dolcezze erotiche e deprevazion varie.

Ho sentito la frustrazion-ipocrisia dei giganti luminosi dell’equatore che per spacciar se stessi e i luoghi comuni che li accompagnano ai loro padroni regnanti di apartheid legalizzati dall’economia, han rinunciato a dimore accoglienti per legni friabili come una popolazion da sempre in guerra, e ho sentito i versi di dolcissime illusioni e falsimiti amorpiangendo di B.D. principe nato schiavo e sconosciuto tra eroi fumatori di cemento e nafta e benzedrene e cavalieri d’asini ed eroi mutilati da una guerra afroamericana combattuta ubriachi d’umiliazione a testate contro i muri di danaro bianco e stampa liberamente di moda dei muti spacciatori di notizie del neomondo.

Le lagne dei ricchi nani malati di normalità pieni di farmaci contro la libertà relativa delle loro mediocri giornate spenderecce, comprando pillole preservative lo sfascio familiar cui la preoccupazion della prossima vacanza caraibico-alcolista avrebbe portato.

Il dandy ridente che ha perso il filo del suo pensiero politicosessuale e il filo delle sue azioni masticando tabacco tutto il giorno e deglutendo scotch chiedendo della sua solitudine in mezzo a tutta questa gente ai fantasmi ululanti della sua stanza al centro di Roma pronto ad inalar altra dimenticanza d’ego dagli specchinformi del parcogiochi.

L’umiliazion della sconfitta di lasciar lo studio per prematur lavorare ed addiosballo del deluso affeto paterno.

La fierezza del rapinar automobilisti, delle migliori menti libere ineducate ma vitassorbenti col loro unico mezzo di sensibilità, per poi sentirli invocar le madri assenti con l’affetto di qualsiasi figlio in punto estremo di omicidio.

Ho sentito parlar di se fino a non parlar più di niente nottetempo in strade o per telefono con amici sinceramente sordi tutti pensando ai propri peni da troppo ineretti e ai lor problemi distorti dall’insignificante parola dell’obiettività dei ragionamenti banal-matematicizzati fino a tornar a quell’inutile ti ricordi quando e a un’altra risata.

Ho sentito la solitudine di un compagno voltatosi a guardare un uomo in cerca di saluto empatico o una passante su cui immaginar dialoghi sulle sue virtù attribuendole sorrisi puri e baci incorrotti.

Ho sentito tanto e in tutti quello stesso bisogno di crear poesia e leggerne per cercar sofferenze compagne nei grandi nomi dell’arte e sentirsi tutti un grande nome dell’arte letteral dei tempi cultural-repressi d’oggi, ho sentito di volar con loro negli angoli dove scrivevan versi veri e sciocchi, ovvi e merdosi della stessa merda di tutti i giorni e tutti sugli stessi merdosi argomenti insignificanti liberatori vivi corrotti e di tutti.

L’urlo di un poeta omosessuale angelo beat sempiterno vero, e l’urlo d’un altro in preda al vino della buonanotte indirizzando parole al lettor utopico in cui crede con meno vergogna del proprio indumento uman-bariolé di sensazioni tutte innamorate, volare alti dalle strade di New York ai vicoli napoletani e lontan-trascinando con echi pluritonali vestiti di jazz, e rock, gli immortali diagenerazional-stratici fantasmi templari della guerra a Moloch a riformar la casta di sensibilità separata con gli anni, dalla lontana humanitas e gloria estetica dell’uomo di un qualche dio veramente figlio.

(Urlo, tributo ad Allen Ginsberg)

Adriano Corbi.