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« Fare piangere è meno difficile che far ridere. Per questo, teatralmente parlando, preferisco il genere farsesco. Sono sicuro che il dramma della nostra vita, di solito, si nasconde nel convulso di una risata, provocata da un’azione qualsiasi che a noi è parsa comica. Sono convinto che spesso nelle lacrime di una gioia si celino quelle del dolore. Allora la tragedia nasce e la farsa, la bella farsa, si compie. »

Nasce a Napoli il 26 agosto 1903, fino all’età di cinque anni vive a Caivano con la balia, poi nonostante qualche sua resistenza ritorna in famiglia. A sei anni debutta in teatro al Valle di Roma, in “Miseria e nobiltà” di Scarpetta, nella parte di Peppeniello, il figlio di Felice Sciosciammocca.

Studia pianoforte, e continua a recitare in modo saltuario. Quando la madre seguira’  Titina nella sua prima tournee, vivra’ per due anni nel Collegio Chierca. Durante la prima guerra mondiale lavora a Napoli con Vincenzo Scarpetta, nel 1920 entra nella compagnia di prosa Molinari (dove conosce Totò), al Teatro Nuovo, lavora poi con la compagnia dialettale di Francesco Corbinci al Teatro Partenope.

All’età di 22 anni viene scritturato nella compagnia di Salvatore De Muto, l’ultimo Pulcinella. Dopo la morte di Eduardo Scarpetta, padre naturale dei De Filippo che sosteneva anche economicamente, Peppino e’ costretto per necessità ad accettare di lavorare in compagnie precarie.

Nel 1927 viene assunto nella Compagnia di Vincenzo Scarpetta, occupando il posto del fratello Eduardo passato alla Carini-Falconi. In seguito i due fratelli, grazie anche a Michele Galdieri, propongono “La rivista che non piacerà” riscuotendo buon gradimento. Il 10 ottobre 1929 sposa Adela Carloni, e l’anno dopo nasce il figlio Luigi.

Eugenio Aulicino impresario del teatro Nuovo di Napoli assume i due fratelli al posto di Totò, nel teatro gia’ lavora Titina e i tre danno vita ad una formazione artistica denominata “Il teatro umoristico napoletano di Eduardo De Filippo con Peppino e Titina”, vi fanno parte anche Tina Pica, Carlo Pisacane, Agostino Salvietti e Giovanni Berardi. Nel ’31 si danno un nuovo appellativo “Compagnia Teatro Umoristico I De Filippo”. Nel ’32 i De Filippo sono al Sannazzaro di Napoli con “Chi è cchiù felice ‘e me” di Eduardo e con “Amori e balestre” di Peppino. Nello stesso anno Peppino interpreta il suo primo film “Tre uomini in frak”. Segue un’epoca d’oro in cui i tre fratelli ottengono successi in tutti i teatri italiani, poi il 10 dicembre 1944 al teatro Diana di Napoli la “Compagnia Teatro Umoristico I De Filippo” si scioglie per incomprensioni tra Eduardo e Peppino.

Quello stesso dicembre Peppino è al Teatro IV Fontane di Roma con “Imputato alzatevi” e “Non sei mai stato così bello”. Nel ’45 si separa dalla moglie, e debutta con la sua nuova Compagnia a Milano, al teatro Olimpia, con “I casi sono due”. Gira in lungo e in largo l’Italia con “Quelle giornate” che per due stagioni consecutive avrà ben 266 repliche. Dal 1959 al 1969 gestisce il Teatro delle Arti a Roma. Nel 1971 scompare Livia Maresca, sua compagna d’arte e di vita. Nel ’77 sposa Clelia Mangano, sua partner in compagnia.

Peppino vanta successi in tutto il mondo: nel ’56 è in tournee in Sud America e Spagna; nel ’63 è a Parigi dove riceve un premio per la sua opera “Le metamorfosi di un suonatore ambulante”; nel ’64 e’ ospite a Londra dell’Aldwich Theatre; nel ’65 è a Praga e in Unione Sovietica; nel ’66 è in Jugoslavia e in Svizzera; nel ’69 in Portogallo, Spagna e Francia; nel ’74 ritorna a Londra.

Popolarissimo attore di cinema e grande protagonista della televisione che propone molte sue opere; nel ’66 a “Scala Reale” (Canzonissima) propone con enorme successo il personaggio di Pappagone.

Peppino scompare il 26 gennaio 1980.

Pappagone

Questa maschera di Peppino nasce nel 1966 durante la trasmissione televisiva del sabato “Scala reale”. Peppino dopo le prime puntate sentendosi piuttosto a disagio nei panni di semplice presentatore,ritrovo’ nella memoria un personaggio creato molti anni prima nella commedia “I casi sono due”, il cambio dei dati anagrafici (nella commedia il personaggio si chiamava Gaetano Espositi),il ritocco dei connotati ed ecco Pappagone fenomeno televisivo degli anni sessanta.Il personaggio ebbe talmente tanto successo da diventare l’ultima maschera italiana ,con un suo linguaggio colorito e pieno di neologismi che subentro’ nel linguaggio comune per quel periodo.Alcuni suoi tormentoni furono :”ecque qua” , “anzio” , pirichè” , gnorsì” , “tante esequie”…

La lite tra Eduardo e Peppino…

ho cercato i dettagli sui motivi della separazione tra Peppino ed Eduardo, per curiosità. Ecco quello che ho trovato:

Venne il giorno della loro separazione che suscitò un grande rammarico. Eduardo era un despota, aveva la pessima abitudine di trattare male tutti, Peppino compreso. La differenza di carattere e stilistica dei due fratelli li spinge a continui contrasti, tanto che arriva a litigare anche con Titina. Una sera, durante le prove di una commedia, Eduardo era particolarmente incollerito, non gli andava bene nulla. Interrompeva spesso Peppino villanamente, finchè Peppino si stancò di quei modi, davanti a tutta la compagnia, si alzò e gli gridò, col braccio alzato nel saluto fascista: “Duce! Duce!”, e uscì dal palcoscenico.

Era il dieci Dicembre del 1944, al teatro Diana di Napoli e la compagnia “Il teatro Umoristico dei De Filippo” si scioglie, mettendo fine ad un lungo periodo fatto di contrasti, incomprensioni e stili artistici differenti. Da lungo tempo ormai i due fratelli camminavano su binari artistici differenti, e probabilmente all’origine dei loro dissidi c’era proprio la nuova concezione eduardiana del teatro. Eduardo elabora una forma di umorismo più costruito, che mostra la parte amara della risata, che s’immerge nel quotidiano da cui prende spunto. Peppino, invece, che aveva fondamentalmente il temperamento del comico, scelse la via della caricatura assoluta, dell’improvvisazione. Una comicità meno amara e più semplice e diretta. Si venne a creare così un vero e proprio solco nel modo di concepire il teatro stesso.

Il dissidio tra i due De Filippo, appena addolcito dalla mediazione di Titina, dura per molti anni, anche a causa del carattere duro ed autoritario di Eduardo. I due si rividero solo dopo molti anni e precisamente due giorni prima della scomparsa di Peppino, nel 1980.

Di questa situazione è testimonianza uno scambio di lettere conservate al Gabinetto Vieusseux di Firenze. (Due di esse sono qui riprodotte*). I loro toni rivelano i caratteri di Peppino e di Eduardo. Peppino cerca di intenerire, chiama in causa i sentimenti, la famiglia… E’ glaciale, Eduardo, la sua e’ una furia fredda, il senso di un’offesa profonda recata alla sua arte oltre che alla maggiore età che lo responsabilizza, fino alla tirannia, nei confronti del fratello più giovane.

La lettera di Peppino De Filippo a Eduardo
Caro Eduardo,
se veramente, come sempre hai detto e fatto credere, io ho rovinato e potrei ancora rovinare i tuoi proponimenti artistici tenendoti ancora a me legato, dimmela francamente e con tutta sincerità; per quanto quella sincerità sia cruda, dolorosa e offensiva, come tu sai essere quando vuoi esserlo, io non farò che rispettarla e lasciarti libero della tua vita. Se al contrario credi che io possa ancora studiare con te e lavorare con te come ai nostri antichi tempi, non aspetto che una tua buona parola e ancora una volta saremo uniti nel nostro lavoro con lena e fiducia. Se ho tentato di farti riappacificare con nostra madre, che da parecchio si sente offesa del tuo distacco e ne soffre, il mio non è un gesto di “viltà” come tu lo hai giudicato, no! L’avvicinarsi del Natale ha fatto nascere in me l’idea che forse l’atmosfera natalizia ti avrebbe fatto accettare la mia proposta di accontentare comunque nostra madre, che tra l’altro è noto ha un particolare affetto per te e le tue cose. Ora che stiamo per separarci nulla voglio trascurare perché i nostri rapporti tornino normali e logici. Se credi che un chiarimento possa giovare definitivamente, sono pronto a discutere su tutto con animo di artista e soprattutto di fratello.
Peppino
2 luglio 1942
La lettera di Eduardo De Filippo a Peppino
Caro Peppino,
ti pare che dopo quanto è accaduto fra me e te, dopo anni di veleno amarissimo… un semplice colpo di spugna può cancellare dal mio animo l’offesa e il risentimento? Tu dici: “Siamo fratelli”. Certo. E chi più di me ha saputo affrontare e comprendere questo sentimento? Credi che tu da estraneo avresti potuto infliggermi le torture morali che sistematicamente, minuto per minuto, mi infliggevi? L’amore fraterno è un sentimento da asilo infantile, credi a me. Fratelli si diventa dopo di avere guardato nell’animo di una persona come in uno specchio di acqua limpida… Scusami, ma io guardando nel tuo animo, il fondo non lo scorgo. La tua lettera è troppo ingenua. lo voglio tenderti la mano, ma con un chiarimento esauriente, onesto, sincero. Se tu mi vuoi bene come ai primi tempi della nostra miseria, vuol dire che nulla puoi rimproverarmi… mentre io, e questo è il mio più grande dolore, non ti voglio bene come allora: ti temo… Scusami se ti ho parlato così, ma è la maniera migliore per far diventare uomini due fratelli, e fratelli due uomini. Parto domani per un periodo di riposo. Puoi trovarmi al Parco Grifeo 53. Il portiere ti potrà dire dove sono. Ti vedrei volentieri.
Eduardo
7 luglio 1942