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Sul sito http://passatopresente.blog.rai.it ho trovato un articolo che mi ha incuriosito, anche perchè ho appena finito di leggere una raccolta di racconti su Montalbano (bellissimo!)…

No, molti non sono stati contenti di quella faccia quando a Porto Empedocle-Vigata è comparsa la statua del commissario Montalbano. Avrebbero preferito quella di Luca Zingaretti , legata ormai al personaggio della più fortunata serie televisiva dell’ultimo decennio. C’è voluto l’intervento di Andrea Camilleri (che scrivendo aveva invece immaginato quel volto con tanti capelli e grossi baffi ) e una dose di buon senso per non piazzare la statua di un attore in una città che già ha aggiunto il nome immaginario della letteratura (Vigata) a quello ufficiale di Porto Empedocle. Certo, ai turisti bisognerà spiegare bene quella statua: sono necessarie copiose note nei depliant e lezioni ad hoc per la formazione delle guide. Altrimenti, chi è mai quel signore, dato che per tutti noi il Commissario Montalbano ha la faccia di Luca Zingaretti? Ma c’è stato un vero commissario Montalbano a cui rifarsi, chiederà lo sprovveduto visitatore. Sono tante le fonti che mi hanno ispirato, ha sempre risposto Andrea Camilleri. Singolare intreccio tra letteratura, fiction tv e storia, a cui ora si può aggiungere un nuovo tassello. Sembra proprio che un vero commissario Montalbano sia esistito. Lo dimostra un documento ritrovato all’Archivio Centrale dello Stato dal Prof. Giuseppe Carlo Marino (Università di Palermo) che scrive:

Con l’avallo di un raro documento ritrovato, potrà darsi il “ben ritrovato” in cronaca, di rimbalzo dai serial televisivi, al metodico, logico e sentimentale, commissario Montalbano? Per i lettori di Andrea Camilleri il personaggio è un po’ come la Misery che non deve morire di Stephen King. Egli si è assicurato una celebrità non inferiore a quella dello Sherlock Holmes di Conan Doyle o del Maigret di George Simenon e di altri similari predecessori. Se si eclissa per qualche tempo, sembra poi inevitabile la sua riapparizione. Ovviamente, per lui, sempre in Sicilia, con quel suo linguaggio maschio e bastardo, tra la metaforica Vigata ed altri analoghi paesi: architetture di sole e di sudore, enigmi fossilizzati, tra demoni ed ominicchi, di fronte ad un mare di favolosa bellezza.

Andrea Camilleri, com’è assai probabile, mai sarebbe così impietoso da negarlo all’attesa degli innumerevoli appassionati di quei libretti eleganti con le copertine in blu. Almeno c’è da sperarlo finché resiste la sua creazione di nuove storie.

La fantasia creativa non sopporta le archiviazioni. E’ da immaginarsi sempre attiva, anche durante le sue pause. Lo stesso non può dirsi per la realtà storica la cui sorte inevitabile è purtroppo l’archiviazione. Ma che cosa accade se lo storico, per un fortuito esito della sua ricerca nel passato, si trova di fronte a un documento che rende comparabile un personaggio vero, per quanto già archiviato, con un altro al quale soltanto la letteratura (il che non è poco) ha conferito la grazia di nascere e di continuare a vivere come un soggetto inventato?

Si pone allora una questione forse irrisolvibile: se è la realtà che ha dato fondamento storico alla fantasia (ridimensionandone così le virtù creative) o se, al contrario, è la fantasia che, sui suoi ineffabili percorsi, ha ricostruito la realtà. Questione anodina, nel nostro caso, aperta da un documento conservato dall’Archivio Centrale dello Stato (rapporto del prefetto di Agrigento, 14 febbraio 1929, S.C.P., Repressione malandrinaggio 1930-31, b. 1), di cui è protagonista un Montalbano, commissario di polizia che operava nelle stesse contrade familiari a Camilleri.

In tempi fascisti nei quali, dopo l’operazione repressiva del prefetto Mori, la mafia era stata ufficialmente debellata (ma resisteva, ben nota, alle autorità del regime che tra loro, in segreto, continuavano a prenderne atto come di un fenomeno indomabile), quel Montalbano si rese famoso per aver risolto numerosi casi giudiziari, ben più che complicati, a lungo coperti da fitte coltri di omertà e mistero. Tra gli altri, il caso di un certo Emilio Calafato, un avvocato agrigentino, ucciso “in contrada Molino a Vento, contigua all’abitato, con due colpi di fucile esplosi contro di lui da persona posta all’agguato, dietro il muro limitante da un lato lo stradale percorso dalla vittima”.

Montalbano “formulò varie ipotesi, secondo la propria esperienza e la cognizione dell’ambiente e poi, indagando su ciascuna di esse e procedendo per esclusione a seconda delle risultanze, riuscì a trovare nell’attività privata del Calafato la ragione prima della sua triste fine”.

La metodologia di indagine è più o meno la stessa di cui si avvale l’eroe dei romanzi di Camilleri. Così indagando, il Montalbano reale scoprì che la vittima del delitto, il suddetto avvocato Calafato, era stato “un protettore e consulente della mafia locale” e, specialmente, di uno dei suoi “migliori e più temuti esponenti”, ovvero “un certo Sciarabba”. Insomma, uno che oggi si direbbe appartenere al cosiddetto “terzo livello”. Il caso fu risolto provando che l’assassino era stato proprio il suddetto Sciarabba, un pregiudicato apparentemente convertitosi alla legalità (e quasi certamente al fascismo) che soltanto laboriose indagini avrebbero alla fine rivelato “capo temuto e rispettato di un pericoloso gruppo di maffia capace di qualsiasi delitto”. La stessa dinamica del delitto Calafato apparteneva ad un copione di “maffia raffinata”, sicché – si legge ancora nel documento – per l’astuto e intrepido poliziotto “il lavoro non fu né semplice né facile e fu condotto con diligenza, pazienza e attività non comuni e soprattutto con chiaro senso di responsabilità sia di fronte al proprio dovere, che rispetto all’opinione pubblica”. Non solo nel caso in questione, quel Montalbano – rilevò il prefetto – aveva messo in luce eccezionali qualità. Infaticabilmente aveva dato prova di essere capace di agire “al di là dei limiti di quello che è il dovere ordinario del funzionario di polizia”, essendo dotato di “particolari attitudini professionali, cioè attività, zelo, acume e spirito di sacrificio”, con una consapevolezza “piena ed intera del proprio dovere”, riuscendo così a “superare ogni difficoltà ambientale e personale e a rendere un servizio esemplare alla giustizia”. Insomma, possedeva al più alto livello tutte le qualità che Andrea Camilleri accredita al suo personaggio di fantasia.

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Inoltre va notato che tempi e luoghi letterari e tempi e luoghi storici sembrano coincidere perfettamente. Cambiano soltanto i dettagli anagrafici e i certificati di merito. Il Montalbano inventato da Camilleri si chiama Salvo (Salvatore), un sicilianissimo nome proprio che andrebbe a pennello anche a un qualsiasi mafioso; invece quello rivelato dalla documentazione ritrovata si chiamava Ermenegildo ed era cavaliere, nome e titolo adeguati all’elitaria burocrazia dell’Italia monarchica. In più, fu proposto per la “menzione speciale”, una gratificazione davvero eccellente nel regime fascista.

Giuseppe Carlo Marino