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Achille Lauro nasce a Piano di Sorrento il 16 giugno 1887, quinto di sei figli, tre maschi e tre femmine, dell’armatore Gioacchino e di Laura Cafiero. E’ un periodo in cui per mare viaggiano più velieri che piroscafi. Per il sud Italia è iniziato un trentennio terribile che costringerà cinque milioni di contadini a cercare fortuna nelle Americhe. L’Italia meridionale era stata messa in ginocchio dalla grave crisi economica provocata dalla gestione nordista del regno sotto Umberto I. Ne derivò la più grande ondata migratoria della storia italiana, che interessò quasi esclusivamente  le regioni del sud, con un fiume di disperati mandati allo sbaraglio a guadagnarsi il pane lontano dalla patria. Una diaspora rovinosa di dimensioni ben più ampie del quotidianamente strombazzato esodo degli Ebrei. Molte società di navigazione del nord faranno soldi a palate sulla pelle di tanti poveri cristi, spesso reclutati nelle campagne ed ingannati con contratti di lavoro fittizio. Nel napoletano esiste una tradizione marinara molto radicata risalente ai Borbone, ma è prevalentemente navigazione di piccolo cabotaggio, favorita nel trasporto delle merci dall’assenza di strade e ferrovie. Il padre di Achille, Gioacchino, conduce la precaria attività di padroncino di qualche veliero ed è legato per sopravvivere al numero di noli conquistati, spesso in condizioni  di sprezzo del pericolo per le intemperanze del mare. La madre di Achille, che già aveva perso due fratelli marinai, pagherà un pesantissimo tributo al dio Nettuno, al quale sacrificherà anche due suoi figli. Per il racconto della gioventù del nostro eroe ci rifaremo ai suoi ricordi dettati al giornalista Antonio Pugliese, il vero autore della famosa autobiografia “La mia vita, la mia battaglia”, scimmiottante il famigerato “Mein Kampf” hitleriano. A 13 anni Achille fu bocciato a scuola ed inoltre venne scoperto dalla madre in solaio mentre con una volenterosa servetta si stava dedicando a cose più grandi di lui. E’ il battesimo erotico di un personaggio, il cui gallismo da guinness dei primati costituirà la sua cifra distintiva e contribuirà ad alimentare la leggenda dell’infaticabile donnaiolo dalle mostruose dimensioni e dai ritmi da favola. Il padre fu severissimo e così dopo pochi giorni il fanciullo precoce si vide imbarcato come mozzo sul “Navigatore”, un veliero di famiglia in partenza verso il Messico. La cuccetta del mozzo è la tolda e la sua vita è faticosa e umiliante, perché bisogna ubbidire a tutti. Giunti a New Orleans, si tornò indietro verso Bordeaux con la stiva colma di canna da zucchero caricata in Martinica. Il vitto per mesi era sempre lo stesso: farina e stoccafisso, stoccafisso e farina e la fatalità volle che una grossa spina si conficcasse nel “cannarone” del capitano; sembrava una sciocchezza, ma in pochi giorni sopravvenne la setticemia e la morte, non prima che il glorioso navigatore avesse espresso le sue ultime volontà: essere sepolto nel paese natale. La carogna puzzava ogni giorno di più, mentre sciami d’insetti si erano trasferiti in massa dalla canna da zucchero ai bordi della rudimentale cassa da morto. Il comando della nave fu trasferito al secondo ufficiale, il quale fu colto anche lui da una fulminea disgrazia: un’infezione in poche ore gli fece perdere la vista. Pazzo di paura egli si chiuse nella sua stanza e giorno e notte urlava a perdifiato che la maledizione si era abbattuta sulla nave e che nessuno si sarebbe salvato, con quale terrore per l’equipaggio è facile immaginare. Della navigazione dovette interessarsi allora da solo il timoniere, il quale a stento sapeva servirsi della bussola, ma ignaro di correnti e di venti, cercò disperatamente di toccare ,zigzagando, la costa europea. Finalmente, quando i viveri e l’acqua potabile stavano per finire, riuscirono a raggiungere Tangeri. Dopo undici mesi di viaggio appena toccata la terraferma, Achille telegrafò disperato al padre supplicandolo di fargli riprendere gli studi interrotti. Ritornato a Piano di Sorrento, il mozzo ridiventò studente nell’Istituto navale “Nino Bixio”, per uscirne dopo qualche anno capitano di lungo corso. Nel frattempo i suoi due fratelli maggiori Francesco e Antonino scomparvero, uno dopo l’altro, tra i flutti. Il padre disperato voleva mollare tutto, ma il destino aveva previsto diversamente. Nel 1905 Achille appena diciottenne, ottenuta la fiducia del genitore si recò a Genova ove riuscì a comprare a prezzi di svendita un grosso piroscafo: il “Fratelli Beverino”, che andò ad affiancarsi al “Principessa Jolanda”, costituendo una nuova linea di navigazione la “Società della penisola sorrentina”, la quale si proponeva di organizzare le traversate verso le isole del golfo di Napoli fino ad allora monopolio di una compagnia tedesca. La lotta fu impari perché la concorrenza decise di far transitare gratis i passeggeri sulle proprie navi, offrendo inoltre caffè e pasticcini. Il fallimento fu inevitabile e travolse anche tutti i risparmi di famiglia; al vecchio Gioacchino non rimase che morire sconsolato di crepacuore, lasciando Achille a soli vent’anni capofamiglia con madre e tre sorelle a carico. La flotta era rimasta di soli tre velieri, due dei quali furono venduti per costituire le doti delle tre sorelle che anelavano al matrimonio. La terza imbarcazione “Cavalier Lauro” si trovava in Argentina, dove il capitano, sottratti i soldi dell’incasso, se n’era appropriato mandando solo il conto delle spese: cinquecento sterline da saldare in tre giorni. Achille è disperato e si reca sulla tomba del padre a chiedere conforto e consiglio, quando un aiuto insperato giunge da parte di un amico di famiglia, Agostino D’Esposito, il quale si offre di prestargli i soldi necessari a pagare il debito, dando fondo a tutti i risparmi di famiglia. L’offerta è disinteressata, anche se il vecchio amico del padre covava da tempo un malizioso sogno segreto: quello di far sposare ad Achille sua figlia Amina. A tal proposito apriamo una parentesi per riferire un inedito aneddoto di cui veniamo a conoscenza grazie alle gentili confidenze di una nipote della ragazza sorrentina: la preside Amina Lucantonio.

Agostino D’Esposito era anche lui uomo di mare ed in una peregrinazione in medio oriente aveva conosciuto una bellissima odalisca di nome Amina, abilissima nella danza del ventre che era solita ballare con una veste velatissima, che poco lasciava alla fantasia. Egli s’innamorò perdutamente, ricambiato con ardore di amorosi sensi, della tenera perla d’oriente e non voleva più tornare a casa; apriti cielo, a Sorrento la sua sposa non solo lo aspettava ma era anche in dolce attesa. Lettere del sindaco, reprimende del parroco, accorati appelli di amici e parenti, addirittura l’interessamento di un politico ed alla fine il ritorno, novello Ulisse, alle mura domestiche; in cambio la promessa che l’erede, se femmina, si sarebbe dovuta chiamare Amina. La ignara bambina divenuta fanciulla non somigliava per niente alla sua omonima orientale, per cui il nostro Achille, con la scusa che si conoscevano da bambini, fu chiaro con l’aspirante suocero: “Don Agostino, non sposerò mai vostra figlia”. Al che tremante il vecchio gli rispose: “Sei un ragazzo onesto, non ne parliamo più”. Per inciso Amina, anche se brutta, era un modello di virtù, si sposò dopo alcuni mesi generando schiere di figli e nipoti, oggi tutte persone importanti: magistrati, professionisti, insegnanti. Bisognava ora recuperare la nave in Argentina, per cui Achille, in compagnia del suo amico Salvatore Paturzo, già in possesso del brevetto di capitano, s’imbarca da Marsiglia con due posti in terza classe. Appena giunto a Buenos Aires, sale a bordo della “Cavalier Lauro” entra nella stanza del capitano, momentaneamente assente e lo aspetta con in tasca una pistola ben deciso ad usarla. Il capitano non fa in tempo ad entrare che Lauro, dopo aver chiuso a chiave la porta, gli punta contro la pistola e gli urla: “Paga”. Alle prime tergiversazioni Achille non esita a sparare sfiorandogli i piedi e minacciando che il prossimo colpo sarà diretto al “bersaglio nobile” tra i pantaloni. “Mi hanno derubato” balbetta il capitano, “Non me ne frega niente” risponde Achille. Alla fine si trovò una soluzione grazie alla circostanza che il truffatore godeva la fiducia di un’agenzia bancaria, ove ci si sarebbe recati per ottenere un prestito a suo nome. Esso fu concesso senza la necessità della firma di avallo di Lauro e le cose si misero a posto. Riottenute le mille sterline, bisognava rimettersi in viaggio, cosa che avvenne nei giorni successivi, dopo aver scaraventato sulla banchina gli effetti personali del traditore. La vera difficoltà fu quella di arruolare una ciurma, perché tutti erano spaventati dal viso da bambino del nuovo capitano. Bisognò perciò di notte girare con alcune carrozze tra le bettole più malfamate della città a raccogliere ubriachi fradici i marinai per trasportarli a bordo. Mentre tutti dormivano si partì e troppo tardi avvenne in alto mare il risveglio dei malcapitati, sballottati a causa di una terribile tempesta. I marinai s’infuriarono e volevano tornare a terra, ma dovettero rassegnarsi a continuare il viaggio, al termine del quale, vendendo il carico, la difficile situazione economica fu completamente risanata. Pagati tutti i debiti, rimanevano infatti in cassa quindicimila lire. Ci furono poi altre avventure, tra cui l’affondamento in una collisione rocambolesca dello stesso “Cavalier Lauro”, a cui fece seguito una penosa vicenda giudiziaria, fortunatamente a lieto fine. Lauro acquistò poi un grosso vaporetto il “Mariannina”, col quale si dedicò al trasporto dal sud al nord di derrate alimentari. Allo scoppio della prima guerra mondiale il cargo fu requisito e il proprietario arruolato. Furono entrambi protagonisti di eroiche imprese, dal salvataggio dei resti dell’esercito serbo in rotta, al trasporto delle campane del Duomo di San Marco, minacciate dagli Austriaci dopo Caporetto. Con la fine della Grande guerra possiamo considerare chiusa la fase eroica di Lauro. Dalla leggenda si passa alla storia: quella di una delle più potenti flotte italiane di tutti i tempi, la più grande azienda a sud di Roma. Nell’immediato dopoguerra i prezzi dei noli ebbero un’impennata, ma anche le navi costavano moltissimo, per cui fu una fortuna che un piroscafo americano, il “Lloyd”, entrando nel porto di Napoli, ebbe un terribile cozzo con un’altra imbarcazione tanto da affondare. Esso per i danni provocati fu abbandonato e fu posto sotto sequestro dalle autorità che provvidero a metterla all’asta. Il valore della nave era stimabile intorno ad un milione e la base d’asta fu fissata a trecentomila lire. Lauro aveva allora pochi soldi, ma fu folgorato da una splendida idea che fu anche in seguito il motivo della sua fortuna. Decise di chiamare tutti coloro che fino ad allora avevano lavorato con lui e gli propose di diventare soci dell’affare acquistando delle quote. Fu una formula vincente non solo in quella occasione ma sempre, perché la compartecipazione di tutti, dal capitano all’ultimo mozzo, fa sì che tutti s’impegnino allo spasimo affinché le cose vadano nel verso giusto.

Il “Lloyd” si riuscì, anche se in maniera rocambolesca, ad acquistare per cinquecentomila lire e fu ribattezzato “Iris”. Cominciarono a credito i lavori di ristrutturazione, seguiti giorno e notte da Lauro, il quale si trasferì a vivere sulla nave con un modesto lettino di ferro che gli fungeva da giaciglio.

Per acquisire le provviste per il primo viaggio fu viceversa necessario vendere i gioielli della diletta Angelina, ma il sacrificio non fu vano, perché dopo poco tempo ne potette avere di più belli e preziosi. Finalmente la “Iris” potè salpare per trasportare in Inghilterra un carico di materiale ferroso e ben presto ebbe sei sorelle, tutte belle robuste sulle diecimila tonnellate.  Lauro cominciò con la sua piccola flotta a trasportare grano dal Mar Nero all’Europa settentrionale ed ecco una nuova splendida idea: al ritorno, invece di viaggiare vuoti, perché non trasportare carbone, di cui l’Inghilterra è ricca, verso quei bistrattati porti del sud Italia quali Taranto, Bari o Barletta, che nessun armatore del nord voleva toccare e per i quali il Monopolio governativo riconosceva un premio per ogni tonnellata scaricata? E’ sulle idee che si vince, ed eccone un’altra che balena nella fertile mente del Nostro: il riuscire a far viaggiare in attivo, grazie alla circostanza che l’equipaggio è cointeressato, le navi di quei famosi armatori, Fassio e Costa in primis, tristemente ormeggiate in attesa di tempi migliori. Ed è un nuovo trionfo, nonostante la diffidenza dei “colleghi” genovesi, i quali all’inizio con aria di sufficienza credevano che Lauro fosse uscito pazzo, viceversa l’operazione va in porto e la sua flotta acquista così nuove unità ed una crescente stima internazionale, soprattutto a Londra ove si decidono noli, tariffe, assicurazioni, crediti. E della grande stima acquisita da Lauro nella City se ne ebbe la lampante dimostrazione quando, per ultimare le due grandi motocisterne “Fede” e “Lavoro”, erano necessarie centomila sterline per acquistare all’estero alcuni pezzi non reperibili in Italia; l’ufficio cambi non riusciva in alcun modo a procurarle sul mercato internazionale, mentre a Lauro bastò un telegramma a Londra per ottenere seduta stante il credito da una banca, lasciando stupefatti finanzieri ed armatori.

Fino al 1935 l’attività armatoriale di Lauro fila senza intoppi e senza legami particolari con il Regime. Da circa un anno, dopo la grande depressione i noli hanno ricominciato a salire e la sua flotta conta oramai ventinove navi per oltre duecentomila tonnellate di stazza. Mussolini ha intrapreso la sua avventura in Etiopia e le sanzioni della Società delle nazioni paralizzano completamente la navigazione mercantile italiana. Le navi sono tutte adibite al trasporto di uomini e materiali verso la Quarta sponda avendo Napoli come molo d’imbarco. E’ il momento per Lauro di intrecciare rapporti più stretti con chi comanda a Roma, facilitato in questa operazione dalla famiglia Ciano che apparteneva al mondo armatoriale. Mussolini lo nomina consigliere nazionale della Camera dei fasci e delle corporazioni e mostra di stimarlo, inoltre a Napoli gli viene offerta la carica di presidente della squadra di calcio al posto del mitico Ascarelli, che aveva dotato la città di un modernissimo stadio, ma aveva il torto di essere ebreo. Lauro intuisce una nuova esigenza del traffico marittimo legato al boom del petrolio e mette in cantiere due motocisterne da ben (per i tempi) tredicimila tonnellate, battezzate in sintonia con la simbologia dell’epoca “Fede” e “Lavoro”. Due episodi sono esplicativi dei rapporti buoni, ma non troppo, tra Lauro e il Fascismo. Il primo, nel 1937, quando il ministro della Marina mercantile Host Venturi ordinò a Lauro di far dirottare una sua nave con un carico di carri armati ed esplosivi, destinati ad Hong Kong per le truppe di Chiang Kai-schek, verso il Giappone alleato dell’Italia. Il nostro Achille, per non venire meno alla parola data, disobbedì, pur sapendo di rischiare grosso. Per fortuna la conclusione fu a lieto fine, perché Mussolini revocò in extremis l’ordine del suo ministro. Nel frattempo la flotta era cresciuta raggiungendo allo scoppio della seconda guerra mondiale cinquantasette unità per un totale di oltre trecentomila tonnellate. Fu interamente requisita ed adibita al trasporto di truppe e merci nel Mediterraneo. La superiorità schiacciante del nemico, tra l’altro dotato di radar, fece sì che alla fine delle ostilità si salvassero solo le poche navi tenute lontane dal teatro delle operazioni, le altre tutte inesorabilmente colate a picco dagli implacabili siluri avversari.

Il secondo episodio si riferisce al 1942 quando Lauro, grazie alla presentazione di Ciano, riuscì a farsi ricevere dal Duce a Palazzo Venezia, al quale, in un pittoresco sfogo, illustrò la situazione drammatica delle sue navi affondate una dopo l’altra. Mussolini lo ascoltò in pensieroso silenzio, agitandosi sulla poltrona più volte ed alla fine esclamò: “Vi ringrazio di avermi parlato con sincerità”. Inoltre gli offrì una forma di risarcimento dandogli l’occasione di diventare proprietario al 50% (l’altro pacchetto di azioni rimase al Banco di Napoli) di tutti i quotidiani napoletani dell’epoca: “Il Mattino”, ” Corriere di Napoli”, ” Roma”. Lauro era disponibile anche ad acquistarli in blocco, ma Mussolini si oppose a questa soluzione, facendo trapelare fra i suoi collaboratori la frase famosa: “Quel Lauro sta diventando un pesce troppo grosso”. La prestigiosa dimora di Villazzano nei pressi di Sorrento fu spesso sede di ricevimenti e feste in onore di gerarchi fascisti, soprattutto nel fine settimana. All’epoca l’addetto stampa del fascio per la penisola era Giovanni Galati, marito di una nipote del Comandante. Egli ci ha gentilmente fornito un’ampia ed inedita documentazione fotografica di questi incontri. Tra le personalità ricevute spicca il nome della signora Goering, moglie del famigerato e temutissimo feldmaresciallo del Reich, comandante della Luftwaffe, la quale fu accolta con tutti gli onori nel 1942. Questo compromettente invito fu rinfacciato a Lauro dagli alleati, che lo processarono alla fine della guerra e ciò poteva essergli fatale. Nel 1943, quando sbarcarono a Salerno le truppe americane, Lauro rimase a Napoli, credendo che i suoi consolidati rapporti sulla piazza di Londra potessero funzionare da parafulmine; purtroppo un suo vecchio collaboratore inglese, un consulente di nome Williams, lo aveva tradito denunciandolo come colluso col fascismo. A villa Crispi, il 9 novembre, si presentarono gli americani che sequestrarono tutto per stabilire il loro Quartier generale. A Lauro non resta che scappare e dopo un avventuroso tragitto in barca, recatosi a Sorrento, saranno gli inglesi a cacciarlo dalla sua villa; ma il peggio deve ancora arrivare, infatti egli verrà arrestato e trasferito a Poggioreale, dove trascorrerà tre mesi d’inferno in un carcere più volte sottoposto a duri bombardamenti, senza che nella confusione fossero sgombrate le celle. Seguirà poi un lungo periodo in campi di concentramento ad Aversa, Padula e Terni per un totale di ventidue mesi. Fu istruito poi un processo davanti all’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo, giudice un anziano magistrato di Corte d’appello, Rocco Caselli. Numerose le denunce a carico da parte di cittadini italiani oltre ad una cospicua documentazione del controspionaggio americano.

E qui cominciano misteri e aneddoti…

Il primo a parlare dell’ipotesi di un Lauro sindaco in pectore, scelto dalla Cia per frenare l’avanzata comunista fu Ermanno Rea, il quale condusse nel 1953 un’inchiesta, mai pubblicata, per “l’Unità” assieme a Francesca Spada. Percy Allum, che cita l’indiscrezione, si mostra scettico, anche se sottolinea che già nel 1945 si anticipava la notizia del regalo delle navi Liberty (di cui parleremo in seguito) che avvenne soltanto nel 1947. Di queste future donazioni si parla in “Io difendo mio padre” un libretto, oggi introvabile, pubblicato nel febbraio 1945 con il nome di Gioacchino Lauro, ma scritto in realtà da Raffaele Cafiero. In cinquantatre pagine si replica in maniera documentata a tutte le accuse, precisando date di acquisto delle navi della flotta, i costi sostenuti e tutta la vicenda legata all’acquisizione dei giornali napoletani. Durante l’istruttoria vi è un confronto tra Lauro e un ufficiale inglese che gli pronostica la condanna a morte. Il Nostro, superstizioso come tutti i napoletani doc, fu allora costretto a sbottonarsi i pantaloni ed a grattarsi vigorosamente la base di quel famoso “pescione” di cui tanto si favoleggerà e sulle cui inusitate dimensioni abbiamo raccolto più di una testimonianza tra attempate signore del popolo e dell’alta borghesia napoletana. Per restare tra i pettegolezzi, più di uno ci vide poco chiaro nei confidenziali rapporti tra il presidente Caselli e l’avvocato Cafiero. Alla fine la Commissione assolse candidamente Lauro da tutte le accuse, restituendogli la libertà il 22 giugno 1945. Vane le proteste del governo militare alleato, per bocca dell’avvocato Gordon. Lauro chiude così col fascismo e con la guerra e si appresta di nuovo a percorrere l’arduo tragitto dalle stalle alle stelle. Diamogli la parola, mentre ritornato da Terni, scende dalla corriera a piazza San Ferdinando e nel raggiungere casa in via dei Mille si accorge che tutti facevano finta di non riconoscerlo: “Giuro, mi verrete a riverire ancora, siatene certi!”. Finita la seconda guerra mondiale, la flotta giaceva in fondo al mare e bisognava farla risorgere per la terza volta. Sette navi erano semiaffondate in vari porti italiani e bisognava recuperarle. Fu deciso che per prima si sarebbe dovuta tirare su la “Ravello” colata a picco a La Spezia. Lauro si reca sul posto di persona, ma gli viene consigliato di non farsi vedere in giro, perché gli operai, tutti comunisti sfegatati, si sarebbero messi subito in sciopero. La nave era già affiorata, ma la pompa di aspirazione dell’acqua si era bloccata, forse per via di uno straccio e occorreva che fosse sturata. Lauro gridò: “Qualcuno vuole tuffarsi per liberare il tubo?”. Non avendo avuto risposta egli impassibile comincia lentamente a spogliarsi gettando a terra giacca, camicia, pantaloni, mutande. Quando completamente nudo stava per tuffarsi, un nerboruto operaio dalla barba scura e dalla faccia patibolare, conquistato da tanta decisione e coraggio, esclamò fermandolo: “Lasci stare mi tuffo io”. In due giorni la nave era recuperata; uomo di mare come loro, li aveva stregati col suo fascino e da allora tutti gli operai, anche se comunisti, gli portarono rispetto. In seguito vennero recuperate tutte le altre navi affondate nei porti italiani, alle quali si associarono due piccole portaerei americane in disarmo, acquistate sul mercato e trasformate in due splendidi transatlantici, la “Sidney” e la “Surriento”, i quali cominciarono a percorrere la rotta per l’Australia. In pochi anni la flotta conterà quaranta unità per un totale di seicentocinquantamila tonnellate di stazza, tutte navi battenti bandiera italiana che daranno lavoro ad oltre diecimila famiglie di marinai ed impiegati, quasi tutti napoletani. Il segreto del successo imprenditoriale di Lauro, oltre che nell’abilità nell’assicurarsi i noli, spesso prima dell’acquisto delle stesse navi, è, come abbiamo visto, nella compartecipazione (suddivisa in ventiquattro carature) alle sue attività da parte dei suoi dipendenti. Artefice mirabile di tanti incastri societari fu a lungo il notaio Iaccarino, che costituì all’uopo decine di società: una per ogni nave. Lauro si presenta così più che come armatore nella veste di accomandatario. Egli conserva sempre la maggioranza, in genere non oltre il 75%; non fa entrare come soci, ad eccezione dei dipendenti, che poche persone di fiducia come Fiorentino o Cafiero. Ogni decisione è presa da lui soltanto, socio di maggioranza, al quale spettano di diritto la rappresentanza legale e la firma di approvazione di qualsiasi atto. All’inizio degli anni Cinquanta la sua potenza economica e finanziaria era strabiliante, possedeva la più grossa flotta privata d’Europa ed il suo giro d’affari sfiorava, secondo accreditate fonti, i trecento miliardi l’anno, in coincidenza con la guerra di Corea e la crisi del petrolio prodotta dall’esplosiva situazione in Iran, mentre altri storici autorevoli come Barbagallo parlano più prudentemente di cinquanta miliardi. Per renderci conto della capacità di acquisto in quegli anni di trecento miliardi facciamo qualche esempio. Di lì a poco il Comandante per la squadra di calcio del Napoli comprerà dall’Atalanta il giocatore Jeppson per la cifra record (mondiale) di centocinque milioni. Qualche anno fa Zidane è stato ceduto dalla Juventus al Real Madrid per centosessanta miliardi! Se il valore dei calciatori è salito di oltre mille volte, altri prezzi non sono stati da meno. Possiamo citare un altro paragone: all’epoca un appartamento di lusso a Posillipo si acquistava tra i cinque e i dieci milioni, lo stesso che oggi supera tranquillamente sul mercato i due o tre miliardi. Come si può facilmente constatare ci troviamo di fronte a cifre equivalenti ad una robusta manovra finanziaria, oppure al bilancio di una diseredata nazione del terzo mondo. Nel dopoguerra fu giocoforza per gli armatori entrare nel gioco politico al fine di poter fronteggiare la crisi dei noli. Bisognava ripartire e la prima lotta fu l’accaparramento delle navi Liberty abbandonate dagli americani, poscia l’elaborazione di tutta una serie di leggi a favore della navigazione, dagli sgravi fiscali agli incentivi per rotte particolari, dai contributi a fondo perduto alle esenzioni doganali. Il primo ad entrare, e pesantemente, nell’agone fu Angelo Costa che venne eletto nel 1945 presidente della Confindustria, dal cui pulpito lavorò all’unisono con Alcide De Gasperi. Fassio viceversa non seppe muoversi con pari abilità e, pur possedendo all’apogeo una flotta più “pesante” del rivale genovese, non seppe schierarsi, concludendo tristemente la parabola del suo impero nelle secche putide dello scandalo Egam. Sono gli anni che preludono al boom del miracolo economico ed in campo armatoriale il vero affare è costituito, oltre all’aumento dei traffici, dalle emigrazioni transoceaniche riprese in grande stile, soprattutto verso l’Australia. Sono esodi biblici che vedono il porto di Napoli protagonista e lo Stato generoso nel sostenerli attraverso sovvenzioni di ogni tipo, che trasformeranno ciascun viaggio in un cospicuo affare per gli armatori. Sono decine di migliaia di disperati mandati spesso allo sbaraglio, molti dei quali torneranno delusi in patria, affollando, per la gioia degli armatori, le navi negriere anche nel viaggio di ritorno. E’ questo il pabulum economico e sociale nel quale Lauro entra con la forza del suo impero economico, quando decide di dedicarsi alla politica. Egli aveva già tentato degli approcci verso la democrazia cristiana, alla quale aveva offerto sostanziosi mezzi, ricevendone una sdegnosa risposta: “Venga in sede e faccia domanda d’iscrizione”. Gli stessi comunisti, cautamente contattati, si erano tenuti alla larga, per i suoi mai cancellati trascorsi fascisti. Fu perciò una scelta obbligata indirizzarsi verso un allora battagliero partito, da poco fondato, “L’uomo qualunque”, creatura di Guglielmo Giannini, un giornalista dall’oratoria ciceroniana e dalle acute osservazioni, troppo presto scomparso dalla scena e completamente dimenticato e “rimosso” dagli storici e sul quale è opportuno soffermarsi, anche se brevemente, in attesa che qualche studioso onesto lo riproponga all’attenzione del pubblico, facendolo riemergere dall’oblio in cui è precipitato. Egli fu l’unico, nei dolorosi anni del dopoguerra, a denunciare il clima di caccia alle streghe che la nuova classe dirigente aveva lanciato, aprendo la penosa stagione della guerra civile con liste di proscrizione, epurazioni, messe al bando. Il suo torrente oratorio ed il caustico piombo dei suoi articoli gli procurarono un imprevisto successo elettorale, che fu però mal gestito, perché egli s’inimicò quel numeroso gruppo di tiepidi ex-fascisti, che avevano servito lealmente il Paese più che il Regime e che si sentirono traditi dai suoi ammiccamenti a sinistra, coraggiosi per il tempo, quanto temerari e viziati da inutile protagonismo. Ma la vera causa del tracollo è da ricercarsi nella difficile transizione dalla fase della protesta a quella della proposta. E’ infatti facile dire no ad affaristi senza scrupoli, a fautori dello statalismo più cieco, a fomentatori dell’odio; ben più difficile affrontare un serio e fattibile programma per uno Stato, sempre più imbrigliato da un pletorico apparato tecnico e amministrativo. Nelle sue confessioni Lauro ricorda con commozione di aver letto più volte, nel periodo trascorso in campo di concentramento, gli articoli appassionati di Giannini pubblicati sul suo giornale “Il Buonsenso”, pregni di speranza e di ansia di riscatto. S’iscrisse al partito, che nel frattempo all’elezione del 1947 ottenne oltre il 5% dei suffragi e 33 deputati, venendo a costituire un delicato ago della bilancia della situazione politica. De Gasperi, da poco tornato dal suo viaggio negli Stati Uniti, aveva scaricato dal governo socialisti e comunisti, condizione indispensabile affinché l’Italia potesse essere beneficiaria dei sostanziosi aiuti previsti dal Piano Marshall. De Gasperi, avendo rotto con i partiti di sinistra, deve disperatamente cercare appoggio nei partiti di destra, che diventeranno arbitri della situazione. Il partito de “L’uomo qualunque” acquista un momentaneo peso del tutto spropositato rispetto alla sua reale consistenza. Giannini, la sua anima pugnandi, si sente onnipotente e, dopo una campagna elettorale improntata all’anticomunismo viscerale, lancia segnali in codice a Togliatti, il quale non si dimostra del tutto insensibile. Riportiamo integralmente alcuni passi di un suo discorso al congresso nazionale del partito tenutosi nel 1947, anche per fornire un saggio della sua arte oratoria: “Se il comunismo è elevazione degli umili, abolizione della povertà, benessere per tutti, Cristo era comunista, San Francesco era comunista, io sono comunista. Disgraziatamente il partito comunista italiano si rivela sempre più come movimento nazionalista straniero. Trovi modo di liberarsi dalle catene che lo avvincono a mentalità e poteri che sono fuori dai confini d’Italia e troverà in noi dei fratelli che lo aiuteranno a compiere la sua nobile missione sociale “. Una sbalorditiva lettura profetica che troverà puntuale riscontro nella storia politica italiana dei successivi cinquant’anni e che in parte deve ancora completamente verificarsi. Da poco (11 gennaio 1947) a palazzo Barberini i socialisti si sono scissi, e Saragat, fondando il partito socialdemocratico, ha abbandonato Nenni e si prepara ad andare al governo, come avviene anche per i repubblicani. Nelle more, il doppio gioco di Giannini, che anela alla presidenza del consiglio, con la democrazia cristiana o con i comunisti poco importa, si rivela sempre più spericolato. Bisogna fermarlo. Il segretario della Dc Piccioni, con la benedizione di Costa, si reca da Lauro e lo prega di intercedere da concittadino con Giannini. E’ la grande occasione del Comandante che nelle pagine della sua autobiografia ci svela ogni dettaglio della sporca operazione. Lauro si reca a casa del battagliero giornalista-politico, degente a letto da alcuni giorni per una fistola anale, che gli produce dolori intensissimi tali da renderlo irrequieto e poco incline al dialogo. Non fa che ripetere in maniera ossessiva: “Debbo dare un colpo in testa alla Democrazia cristiana e lo darò!” Non c’è spazio per alcuna trattativa, non resta che convincere singolarmente i deputati del partito a tradire. A tale scopo Lauro li convoca tutti ad una riunione segreta in una sala dell’albergo Moderno di Roma e lì, con lusinghe mielose e velate minacce, riesce a convincerli in massa, assicurando loro la rielezione alle prossime consultazioni in un nuovo partito, che egli s’impegna solennemente a fondare e a finanziare.

Il 5 ottobre 1947 la mozione di sfiducia al governo De Gasperi viene respinta con 270 voti contro 236, grazie unicamente ai 33 voti dei qualunquisti e dello stesso De Gasperi. E’ il trionfo di Lauro e il tracollo di Giannini, che infuriato verrà messo in disparte a tacere. I suoi giornali cesseranno le pubblicazioni dopo pochi giorni, perché vengono tagliati i fondi e, inquietante calerà il silenzio. Lauro eredita il suo elettorato, quasi tutto meridionale, e sposta a destra anche notevoli frange di sottoproletariato, che vengono così sottratte alle ammalianti sirene della sinistra. “Rifiutato dai partiti storici, egli aveva messo le mani sul cosiddetto” partito dei senza partito” e cioè su un’area di opinione ancora allo stato gassoso e magmatico, anarcoide e monarcoide, ignorante e misoneista, superstiziosa e mangiapreti, postfascista senza mai essere stata neppure fascista” (Zullino). Una massa di voti per appoggiare il governo a Roma in cambio del nihil obstat nell’amministrazione della città. Potenzialmente un grosso partito monarchico esisteva in pectore fin dall’epoca del referendum, quando i fautori del re si dimostrarono, pur danneggiati dai brogli, quasi la metà dell’elettorato: oltre dieci milioni in gran parte localizzati nelle regioni meridionali. A Napoli, nonostante le notevoli potenzialità, il partito monarchico aveva dimensioni modeste, perché era guidato da uno sconosciuto professore di liceo avellinese di soli trentaquattro anni, Alfredo Covelli, ed era pieno di debiti e con gli ufficiali giudiziari che bussavano quotidianamente alle porte delle sgangherate sedi. Le insolvenze furono cancellate con un solo assegno da Lauro, che cercava un contenitore per prestare fede alla promessa fatta, nella mitica notte dei lunghi coltelli, ai deputati qualunquisti traditori di Guglielmo Giannini. Don Achille affermava anche di rispondere ad una sua intima convinzione, perché riteneva che, nella caotica situazione politica che si era venuta a creare in Italia, soltanto la presenza del Re, sostenuta da un’unione delle Destre, potesse fornire una garanzia d’imparzialità. In realtà il Comandante non scese direttamente in campo, preferendo una situazione d’attesa; nel frattempo, sperando in futuro di potersi agganciare alla Dc, portò avanti anche uomini legati alla socialdemocrazia, come Nicola Salerno, che solo grazie al suo appoggio risultò eletto nella penisola sorrentina, circostanza per la quale in verità Saragat non manifestò mai riconoscenza.

La tornata elettorale del 18 aprile 1948 è decisiva per il futuro dell’Italia e Piccioni, segretario dello scudo crociato, per la seconda volta cerca aiuto a Lauro, a cui chiede di potenziare un partito pronto eventualmente a soccorrere da destra la democrazia cristiana, schierata in un epica battaglia all’ultimo voto con i socialcomunisti. Il Nostro preferisce però rimanere nell’ombra, ma convince alcune personalità di prestigio a schierarsi per il suo partito, come il suo socio genovese Gaetano Fiorentino, al quale telefona, a liste già presentate, per informarlo della sua candidatura. Il partito monarchico raccoglie poco meno del 3%, ottenendo 14 seggi, di cui 4 nella circoscrizione Napoli-Caserta. Il battesimo del partito avviene anche sul versante cittadino, dove il 30 dicembre dello stesso anno provoca una crisi comunale con le dimissioni dei sei assessori monarchici dalla giunta Moscati. Sono anni terribili per la città, afflitta dalla più alta percentuale italiana di mortalità infantile (ogni mese su mille bambini che nascono ne muoiono tra 150 e 200), semidistrutta dalla guerra e con un tasso di disoccupazione esplosivo, che trasformerà l’emigrazione in un penoso esodo dalle dimensioni epocali. Mentre Napoli è attanagliata da problemi gravissimi, il sindaco Moscati trova il tempo di mutare con una delibera in edificatoria un’area di fronte al porto, dove Lauro potrà finalmente costruire il suo moderno palazzo in vetro-cemento, che costituirà il cuore pulsante della sua flotta e del suo impero non solo armatoriale, ma anche economico e finanziario.

Quello stesso superbo palazzo fu per tanti anni sciaguratamente abbandonato a seguito delle lungaggini burocratiche protrattesi senza fine per la difficile situazione fallimentare venutasi a creare nei primi anni Ottanta. Lo stesso che in questi giorni, dopo una odissea ventennale, si sta trasformato in un lussuoso albergo.

Le elezioni comunali a Napoli nella primavera del 1952 videro Lauro comparire in prima persona nell’agone.

A livello nazionale lo stesso pontefice Pio XII, attraverso il segretario della democrazia cristiana Gonella, aveva chiesto di contattare monarchici e missini per favorire la presentazione di liste civiche in funzione anticomunista. Sono i giorni delle famose liste approntate in tutta Italia, circoscrizione per circoscrizione, dal gemellologo Gedda, potentissimo capo dell’Azione cattolica. Il Papa era particolarmente angustiato per la vitalità dei comunisti e manifestò la sua preoccupazione a De Gasperi, il quale, sconsolato, dichiarò che i mezzi finanziari a disposizione erano straordinariamente, quanto stranamente cospicui. Soltanto oggi sappiamo, grazie alle rivelazioni del “Rapporto Mitrokin”, che un fiume di soldi giungeva costantemente ai partiti di sinistra dall’Unione sovietica; flusso ininterrotto che durerà decenni e si fermerà solo con la caduta del muro di Berlino ed il disfacimento del “Gigante dai piedi di argilla”. Gonella incontrò Lauro nel mistico ambiente del santuario di Pompei, ove gli manifestò anche l’opportunità di una chiara delimitazione verso la destra fascista, ma a Napoli ciò non fu possibile e fu varata un’alleanza tra partito monarchico e movimento sociale italiano. Nella nostra città lo scontro si profilava molto combattuto, anche perché era chiaro come il governo intendesse utilizzare lo strumento finanziario della legge speciale, la quale prevedeva 120 miliardi per Napoli, in chiave di propaganda elettorale.

Lauro dopo essere stato a lungo alleato nella giunta Moscati si presentava ora come avversario, e che avversario! Napoli ha decine di migliaia di senzatetto e la ricostruzione del patrimonio edilizio distrutto dalla guerra si presenta come un affare da migliaia di miliardi. Lauro arringa la folla nei suoi comizi, promettendo che Napoli diventerà un gigantesco cantiere, dando lavoro a moltissimi disoccupati, trasformandosi in pochi anni in un paradiso turistico: la vera perla del Mediterraneo. La sua propaganda è capillare, quartiere per quartiere i suoi galoppini bussano ad ogni basso distribuendo pacchi dono, derrate alimentari e le leggendarie banconote tagliate a metà, oltre alle non meno mitiche scarpe spaiate. Al suo fianco un sotto proletariato da terzo mondo a braccetto con una borghesia che intravede buoni affari, con la benedizione della stessa Chiesa, che, attraverso il cardinale Ascalesi, in trono per 28 anni, aveva creato un clima di simpatia per la destra e di ostentata ostilità verso la sinistra. Memorabili le folcloristiche e interminabili processioni con l’effige della Madonna di Pompei per le strade e i vicoli della città in occasione delle consultazioni politiche. Inoltre in piena campagna elettorale i vescovi danno ai fedeli chiare indicazioni su quali forze politiche far convergere il voto: “I fedeli sono gravemente tenuti a dare il loro voto solamente a liste o a candidati che offrano sufficienti garanzie di rispettare la Religione e la morale cattolica tanto nella vita pubblica che in quella privata, e nella educazione della gioventù” (Bollettino ecclesiastico dell’Archidiocesi di Napoli, maggio 1952). Le elezioni si svolgono con il sistema degli “apparentamenti”, un maggioritario ante litteram, il quale assegna i due terzi dei seggi al gruppo di liste che prenderà la maggioranza. I risultati sono un trionfo per Lauro: 117.000 preferenze, nello stesso tempo la coalizione di destra, con 208.000 voti, conquista 53 seggi, contro i 15 della Dc e i 12 della sinistra. Il 7 luglio con 50 voti su 73 consiglieri presenti in aula Lauro viene eletto sindaco e tiene il suo discorso della Corona, elegantissimo col suo doppio petto blu e la punta del fazzoletto che fuoriesce dal taschino. Egli entra a pieno nel personaggio di padrone della città e dichiara solennemente che costruirà tantissime case (promessa mantenuta fin troppo). Agli amici più intimi confessa: “Rimarrò sindaco tre mesi poi torno alla flotta, il tempo di fare approvare la legge speciale”. Il regno di Lauro durò viceversa molto di più. Infatti, pur con alcune interruzioni imposte dal governo centrale, contrassegnerà la vita e l’amministrazione della città per oltre un decennio. Per la precisione rimarrà sovrano a palazzo San Giacomo per 2375 giorni, più di Antonio Bassolino (2362), ma meno di Maurizio Valenzi (2879). La città venne lasciata al “liberismo” più sfrenato dell’imprenditoria edilizia, anche perché il 2 ottobre il consiglio comunale non ratificò il piano regolatore lasciando, in attesa di una nuova normativa, il campo alla più ampia deregulation. I lavori del consiglio comunale escludono qualsiasi contributo sulle delibere da parte delle opposizioni; infatti ogni accenno di discussione viene smorzato, spesso togliendo materialmente la parola ai relatori o chiudendo frettolosamente la seduta. Mentre ogni emendamento, anche il più innocente, che venisse proposto dalle altre forze politiche, viene solennemente bocciato con la forza della maggioranza.

1953, la “legge truffa”

Nel dicembre del 1952 era cominciato a Montecitorio il dibattito per l’approvazione di una nuova legge elettorale, quella che, varata l’anno successivo, verrà ironicamente battezzata dalle sinistre “legge truffa”. Essa, proposta da De Gasperi, prevedeva uno stravolgimento del sistema proporzionale, con l’assegnazione di un cospicuo premio di maggioranza al gruppo di liste che, apparentate tra loro, avesse ottenuto anche un solo voto più del 50%. Il progetto, ispirato ad una legge simile in vigore in Francia, ove aveva provocato il tracollo delle sinistre, serviva a dare ossigeno alla coalizione centrista (democristiani, repubblicani, liberali, socialdemocratici) che nelle ultime consultazioni aveva perso molti milioni di preferenze. Il premio di maggioranza consiste in un plus di circa 80 parlamentari e questa eventualità avrebbe evitato ai futuri governi la necessità di chiedere il sostegno dei monarchici. Lauro intuisce il pericolo di una legge così sfacciatamente liberticida e si butta nella competizione elettorale con grande impegno economico, promuovendo una gigantesca macchina da guerra elettorale, tappezzando ogni sperduto villaggio di manifesti e facendo credere al popolino che, in caso di vittoria, sarebbe tornato il Re. Alla fine i voti monarchici saliranno da poco più di 700.000 a quasi due milioni ed i seggi a Montecitorio da 14 a 40. La legge truffa non scatta grazie a lui ed all’imprevista e abnorme crescita del suo partito monarchico. La Democrazia cristiana perde in entrambe le Camere la maggioranza assoluta, attestandosi, con i voti degli alleati, al 49,8 %. Il successo di Lauro rappresenta un grande favore reso anche alle sinistre e gli permette di assumere in Parlamento una posizione di grande importanza. Egli può infatti condizionare da destra la Democrazia cristiana, proprio ora che sta per chiudersi l’era di De Gasperi e le nuove generazioni, con in testa Fanfani, preparano la difficile svolta verso sinistra, che, ironia della sorte, emetterà i primi vagiti proprio a Napoli in quel famoso convegno, tenutosi al San Carlo e ricordato come la “rivolta dei giovani turchi”. Senza premio di maggioranza lo statista trentino, per formare il suo ottavo governo, ha bisogno di un miracolo di equilibrismo, cercando alleanze o quanto meno compiacenti astensioni. Si rivolge perciò ai monarchici, ai quali in Parlamento indirizza uno strano discorso alla ricerca dell’astensione: “Noi non ci conosciamo, ci siamo scontrati nella battaglia elettorale… non sarebbe meglio prendere tempo per fare la nostra conoscenza”? Nel Partito monarchico convivevano con difficoltà due opposti indirizzi: da un lato Covelli, segretario nazionale, era più esigente, mentre Lauro, presidente, era più flessibile. Prevalse la linea della intransigenza (poteva De Gasperi non conoscere i monarchici?!) ed il governo non ottenne la fiducia: 283 no, 263 si, 37 astensioni. Lauro s’infuriò per aver perso l’occasione di salvare per la seconda volta il governo, dopo l’impresa del 1947, perdendo così i favori che gli erano stati promessi, ma soprattutto per aver tradito la fiducia dei tanti elettori che l’avevano votato. La fiducia fu viceversa concessa al successivo presidente Pella, il quale costituì un governo ponte della durata di soli cinque mesi, con la cui caduta si chiuderà l’esperienza del centrismo e si prepara l’era Fanfani, al quale Covelli offre il suo appoggio a prezzo di svendita, ma è troppo tardi. Oramai il vento soffia verso oriente e sono proprio le sinistre che si attiveranno in Parlamento per fare applicare la legge d’incompatibilità, facendo dichiarare decaduto Lauro da senatore. Covelli rappresenta un ostacolo per Lauro che vuole la massima libertà di manovra, per cui, egli, seguito dagli amici più potenti e fedeli: Cafiero, Fiorentino e Grimaldi, abbandona il partito per fondarne uno nuovo: il Partito monarchico popolare (Pmp) nel cui simbolo i leoni sostituiranno la stella nel reggere la corona della monarchia. La scissione del Partito monarchico fu interpretata dalla stampa di opposizione come fenomeno di disgregazione della destra italiana in generale e come preannuncio di immediata liquidazione del laurismo; viceversa il Comandante serrò i ranghi della maggioranza, dopo essersi liberato dell’impaccio dei covelliani irriducibili, che pubblicamente disprezzava, ritenendo di poterli tranquillamente acquistare per una mangiata di fave: “Sì va bene, saranno nove o dieci consiglieri che resteranno con Covelli, ma in fondo voi non dovete prenderli troppo sul serio. Basta che io me li chiami, che prometta un mercato ittico, un assessorato alla nettezza urbana e tutto finisce.”Lentamente dopo varie trattative private…il numero dei consiglieri fedeli a Covelli si ridusse a sette: Boccalatte, Buglione, Calvosa, Coppa, D’Avanzo, Grilli e Sacchi. Covelli è infuriato, ma nello stesso tempo soddisfatto: “finalmente è tramontato il pericolo di veder sostituito alla stella e corona l’emblema della flotta Lauro”. Purtroppo ci sarà poco da stare allegri, perché Lauro farà apporre il catenaccio a quasi tutte le sedi del partito, che erano di sua proprietà e che in breve diventeranno le sedi del nuovo movimento. Nel frattempo negli ultimi mesi del ’53 furono assegnati i primi lotti di lavori per la realizzazione del nuovo rione Carità, con il criterio della licitazione privata, che consentì di affidare gli appalti più consistenti ad imprese dell’entourage laurino. E mentre le testate locali lodavano “la metropoli moderna che si fa strada coraggiosamente” (Corriere di Napoli, 11 novembre 1953), il prefetto Diana si espresse chiaramente contro le proteste dei vecchi proprietari, in difesa dei quali intervenne addirittura lo stesso Luigi Sturzo. L’impegno di Lauro di adoperare per i lavori, resi possibili dai fondi della legge speciale, unicamente professionisti, tecnici e maestranze napoletane, aumentò di molto il consenso verso la sua carica di sindaco. Egli inoltre si attivò per trovare una soluzione alle numerose vertenze sindacali che si erano accese nell’area napoletana, producendo centinaia di nuovi disoccupati. Tra le principali: lo sciopero degli operai dell’Ilva e della Navalmeccanica, ove il suo fattivo interessamento ebbe un pubblico riconoscimento da parte del comunista Bertoli, che chiese un voto plebiscitario del consiglio comunale a sostegno della proficua iniziativa della giunta. Il Comandante si dimostrava ogni giorno di più un vero e proprio “imprenditore politico” in grado di saltare i partiti e di velocizzare ogni procedura burocratica. Un self made man garante sia degli interventi straordinari che dell’ordinaria amministrazione, gestita a volte con metodi poco ortodossi, come la presenza, autorizzata più che tollerata, tra i corridoi di palazzo San Giacomo, di personaggi non identificati installati a volte in piccole stanze dotate però di telefoni e macchine da scrivere, impegnati affannosamente a sbrigare le più svariate pratiche, tra le quali, più gettonata, la cancellazione di contravvenzioni stradali. Al di fuori dei confini cittadini una “convergenza parallela” tra monarchici e democristiani consentì di spezzare la storica egemonia delle forze di sinistra in importanti comuni come Battipaglia e Castellammare di Stabia, dando luogo a quella sinergia d’intenti auspicata in alto loco già dai tempi dell’operazione Sturzo. Dopo che Covelli con la sua testardaggine aveva fatto perdere alla Destra l’occasione d’inserirsi nel valzer ufficiale della politica, era necessaria una sterzata con un piano chiaro e di semplice attuazione, in grado di assemblare intorno ad un gruppo dirigente gli interessi di una moltitudine di cittadini. Il neonato partito viene fondato ufficialmente con un programma basato su tre punti fondamentali: recupero dei valori nazionali (religione, famiglia, patria), lotta senza quartiere al comunismo ed infine la ricerca di un’armonia tra libertà individuale ed esigenze della collettività, il tutto nel pieno rispetto della tradizione cristiana, occidentale e liberale. Viene auspicato, pur se nell’ambito di una dialettica democratica, il ritorno della monarchia, che viene interpretata come l’emanazione di un potere supremo al di fuori dei partiti e delle loro diatribe. Oltre all’abolizione della nominatività obbligatoria dei titoli azionari, venne richiesta a gran voce l’abolizione del Ministero delle partecipazioni statali, vero mostro a più teste che, soltanto attraverso l’Iri e l’Eni, controllava il 90% del petrolio e del metano, l’80% delle banche, il 60% delle comunicazioni telefoniche, il 100% delle trasmissioni televisive e radiofoniche e dei trasporti aerei, il 95% delle ferrovie ecc…; restringendo al lumicino i margini di azione dell’imprenditoria privata e dando luogo ad una vera e propria anticamera dello statalismo di marca sovietica. Inoltre, un’attenzione particolare veniva dedicata alla definizione dei Patti agrari, che andavano turbinosamente definendosi come una severa cesoia che avrebbe umiliato il diritto alla proprietà. Un’altra proposta qualificante era costituita dal trasferimento in politica della formula vincente della flotta Lauro: la compartecipazione agli utili dell’azienda da parte dei dipendenti. Una molla straordinaria per stimolare ad impegnarsi maggiormente nel lavoro. Questi erano i buoni propositi che servivano a rendere presentabile quello che era il vero disegno politico del laurismo: la costituzione di una forza d’urto in grado di condizionare i governi, i quali, perdurando la lunga crisi del centrismo, necessitavano sempre di una stampella di salvataggio. In cambio mano libera nell’amministrazione locale, monetizzando in leggi speciali ed appalti di opere pubbliche il “ringraziamento” di Roma e mettendo così in moto in maniera egregia il vero “petrolio” dei meridionali: l’attività edilizia, che, avrà anche arricchito costruttori, spesso di pochi scrupoli, ma dava lavoro e reddito a decine di migliaia di famiglie. La facilità con cui Lauro bypassava ogni asprezza burocratica facilitò la discesa a Napoli di capitali freschi, provenienti, non solo dal nord, ma anche dalla Svizzera e dalla Germania. Accese polemiche seguirono alla paventata apertura della Rinascente, che spaventava piccoli e medi commercianti, mentre don Achille tuonava di aver strappato l’impegno di assunzione per cento napoletani disoccupati, oltre al contributo in proporzione, secondo le abitudini locali…, a foraggiare le attività assistenziali del Comune. Con i finanzieri locali si costituì una robusta trama politico-economica, che vide il suo suggello nella ricostruzione del rione Carità, con le imprese Tucci, Serrato e Fernandes in prima fila. Emblematica fu l’operazione “grattacielo”, che vide il concorso omertoso degli organi dello Stato in aiuto alla famigerata società “Alfa”, costituita da pezzi da novanta dell’imprenditoria e della finanza partenopea, (presidente l’ingegnere Mario Origo, ex-segretario provinciale Dc, amministratore delegato Enzo Bevilacqua, presidente Cen – Il Mattino, consigliere l’ingegnere Marcello Rodinò, direttore generale della Sme) dal sottosegretario Iervolino, che si prodigò ad annullare l'”assurdo” vincolo della Sovrintendenza allo svolgimento dei lavori, fino al Consiglio di Stato, che respinse ogni ricorso dei proprietari degli immobili da abbattere. Sull’interessamento del Presidente del Consiglio affinché fosse rimosso ogni ostacolo alla elevazione dei limiti d’altezza consentiti, ha svolto un’accurata indagine lo storico Pierluigi Totaro, autore di un prezioso quanto misconosciuto libro: “Il potere di Lauro”, una generosa messe di elementi documentali. Egli ha sviscerato la fitta corrispondenza intercorsa tra Segni, i ministri competenti, Lauro e gli imprenditori napoletani. Raffaele Cafiero diventa il suo consigliere ideologico con il compito, oltre a scrivergli ogni discorso, di cercare di frenare la vulcanica esuberanza del Comandante, il quale non conosce, e si compiace a dimostrarlo ad ogni occasione, alcuna regola del galateo.

Gli anni del consenso

Sono gli anni in cui i grandi inviati dei giornali del nord scendono a frotte a Napoli, nell’ultima “riserva indiana”del continente, per approntare servizi scandalistici, a metà tra oleografia e meraviglia, stupore e sbigottimento: da Pietro Ottone a Cesare Zappulli, da Alberto Consiglio ad Alessandro Porro, a tanti altri. Ma tutti questi severi censori, economisti e politologi, i quali si confrontano con Napoli ed il laurismo, sottovalutano una circostanza inoppugnabile che pure è sotto gli occhi di tutti: lo straordinario consenso di centinaia di migliaia di napoletani che sono schierati con il Comandante e vedono in lui il Messia sceso in terra a riscattarli da tante angherie e tribolazioni, ma principalmente dal tradimento dei governi centrali e dei cittadini settentrionali, ricchi ed egoisti. La facilità con cui Lauro stravolge le regole della burocrazia, facendosi forte della sua ricchezza, lascia strabiliati più che allibiti i giornalisti nordici, i quali ritengono semplice pazzia la circostanza che il sindaco, spesso e volentieri, anticipi di tasca sua stipendi e spese correnti indilazionabili con la nonchalance che poi forse qualche ragioniere, barcamenandosi tra i bilanci, trovi il modo per consentire al Comune di rimborsare il suo padre-padrone. Bollano queste generosità come pratiche da quarto mondo, possibili solo in una città arretrata, senza regole e senza remore, senza storia e senza futuro, non sapendo che quando gli antenati di Bossi erano da poco scesi dagli alberi, un illuminato imperatore, Federico II, curava da Napoli la traduzione e la diffusione in tutto l’Occidente dell’ “Almagesto” di Tolomeo, summa del sapere matematico e astronomico dell’antichità, facendo sì che la nostra città fosse un faro scintillante, ponte tra le civiltà.  Il non intendere lo spirito della città e l’animo dei napoletani ha costituito un macroscopico errore, alimentato canagliescamente da una cricca di intellettuali indigeni, i quali volevano vedere la realtà soltanto attraverso la lente deformante di un’ottica di sinistra, favorendo consapevolmente, in quegli anni bui, le non celate mire espansionistiche della loro sciagurata patria ideale: l’Unione Sovietica. Cesare Zappulli è l’unico giornalista settentrionale che sembra capire Lauro, al quale riconosce la pazienza e l’umiltà di sapere ascoltare e provvedere ai guai della povera gente: “Il municipio è il governo, è lo Stato, è la Provvidenza. Il popolino, cioè l’80% di Napoli e buona parte della borghesia, sono grati al sindaco di quello che sta facendo per riassestare e rallegrare la città”. Parole testuali dal significato inequivocabile, che ama ripetere nei suoi servizi. Il suo cospicuo patrimonio personale lo metteva al di sopra di ogni voce e di qualsiasi sospetto. Egli è l’unico a sapere amministrare una città obbligata a fare ogni giorno i conti col malcostume e la miseria, e con le ombre inquietanti di un nostalgico neofascismo, che disprezza, ma che assicura stabilità al suo singolare “parlamento”, depositario del suo indiscusso potere. Alla nascita del Pmp Lauro ha 67 anni, ma si butta nell’impresa con l’ardore di un ventenne. Cominciò una politica di espansione ben al di fuori della “cinta daziaria” che gli veniva tacitamente concessa, presentandosi all’elezioni in Sicilia, dove raggranellò 60.000 voti; una prova generale in previsione della grande spedizione che partirà da Napoli verso la Sardegna in occasione delle Regionali del 1957. Sono anni di grandi successi alle urne culminanti nel trionfo delle amministrative partenopee del 1956 quando, sfiorando 300.000 preferenze, Lauro ottenne un record da Guiness dei primati, mai più battuto da alcuno in qualsivoglia competizione elettorale italiana. La squillante vittoria gli procurò carta bianca da Roma e gli consentì di agire in ogni campo liberamente per raccogliere consenso popolare. Egli poteva infatti valutare l’entità degli imponibili di ogni cittadino, assumere del personale (e quanto ne fu assunto!), orientare la politica finanziaria comunale e aveva facoltà di non rispettare il piano di sviluppo urbanistico, approntato dalle precedenti amministrazioni. Inoltre, finalmente si sbloccarono e giunsero in città 35 miliardi previsti dalla legge speciale del 1953.

Il tutto avveniva, non solo allegramente, ma con la smaccata complicità di varie correnti democristiane; solo questa circostanza può spiegare come mai la denuncia d’illegalità del senatore e consigliere comunale democristiano Mario Riccio al Parlamento, ottenne come replica da parte del sottosegretario agli Interni, anch’egli democristiano, l’affermazione che Lauro non aveva commesso nessuna irregolarità. L’ostruzionismo di Riccio veniva più volte segnalato dettagliatamente dal prefetto Diana nei suoi periodici rapporti al ministero degli Interni sulla situazione politica napoletana. Gli abusi più frequentemente denunciati erano, oltre all’enorme deficit e alla singolare nomina dei vice-assessori: le assunzioni di familiari di ex-dipendenti del Comune senza concorso, i contributi alle sedi del Partito monarchico, l’affidamento dei lavori pubblici a trattativa privata e le transazioni a favore di società disastrate. Sono anni difficili per la città di Napoli con una crescita del deficit comunale superiore ai trenta miliardi, mentre i disoccupati sono oltre centomila. I turisti, come purtroppo anche oggi, non sono numerosi e spesso, dopo una breve sosta in città, si dirigono verso le isole e la costiera. Sorge nel nuovo quartiere Carità, frutto dello sventramento dell’antica casbah cittadina, la malfamata Corsea, dedalo inestricabile di vicoli senza luce e senza speranza, il primo grattacielo, sede degli uffici della SME, mentre in tutta la città si edifica senza sosta. Nasceranno in pochi anni settanta-ottantamila vani. Non è però ancora il periodo in cui su via Aniello Falcone sorgerà la famigerata “muraglia cinese”(come erroneamente si può leggere su alcuni testi anche autorevoli) per la quale fiumi d’inchiostro saranno versati dalla stampa piagnucolosa di sinistra. Tale “muraglia” vedrà la luce invece durante il triennio di “reggenza” del prefetto Correra. Saranno questi tre lunghissimi anni  il vero periodo in cui infurierà il sacco edilizio, come preciseremo più avanti in un apposito capitolo. S’inaugura lo stadio San Paolo a Fuorigrotta, tempio del calcio ed il Napoli acquista Vinicio, l’indomabile “lione” a cui il Comandante farà da padrino di matrimonio ed al quale vorrà bene, ricambiato, come ad un figlio. Piazza Municipio in una notte perde con un blitz i suoi lecci secolari, tra le proteste generali, anche se la nuova prospettiva con aiuole e fontane non è certo sgradevole. Per mitigare le lamentele il sindaco, di tasca sua, regala alla città la “fontana del carciofo” in piazza San Ferdinando. A marzo del 1956 sorge un nuovo quotidiano “Napoli notte” che andrà ad affiancarsi al “Roma”. Cambia look anche piazza Garibaldi, che arretrerà i binari, ma protruderà verso il famoso monumento equestre con una modernissima proboscide. La macchina elettorale si espande giorno dopo giorno a dismisura, in previsione delle elezioni comunali del 1956 e la propaganda comincia ad allargare gli orizzonti geografici del laurismo, il quale si spinge a sud e minaccia d’invadere il nord, presentandosi con l’etichetta di movimento, non più municipale e localistico, anche se fautore del diritto dei meridionali ad una vita migliore e ciò, nonostante le smentite del Comandante, che dichiara solennemente di non avere nessuna intenzione di dar vita ad un “partito meridionale” portatore di rivendicazioni separatiste. E’ il periodo in cui verranno coniati gli slogan più originali, rimasti nella memoria dei napoletani più anziani, da “Torneranno i tempi belli se votate Limoncelli”, il dinamico assessore, padre delle fantasmagoriche piedigrotte dell’epoca, emule paritarie dei carnevali brasiliani, in quanto a foga di popolo e voglia di trasgredire, tra balli e canti, tripudio e mani morte a volontà, le regole quotidiane; oppure le note di un disco che ripeteva senza sosta ai piedi di una gigantesca statua di Pulcinella: “Attenzione, battaglione, è uscito pazzo ‘o padrone”. Nell’imminenza delle elezioni cominciarono a circolare voci su Lauro “candidato segreto” della Dc, mentre la stampa più volte riferiva d’incontri riservati. Soltanto a campagna elettorale conclamata i democristiani improntarono una linea di pacata polemica con l’amministrazione comunale. Il Comandante aveva dato luogo ad un ben individuabile blocco “urbano-edilizio”, che utilizzò anche in campo elettorale, affidando numerose candidature proprio ai titolari delle maggiori imprese impegnate nei lavori pubblici. Dopo la “lista dei padroni del mare” del 1952, capeggiata da armatori, quella del 1956 fu ben più terrestre, con punte di diamante… come i costruttori Mario Ottieri e Gennaro Tucci, utilizzati come arieti… Uno studioso, Alessandro Dal Piaz, autore di una pregevole analisi su quaranta anni di urbanistica a Napoli, evidenziò la strana alleanza “populista” che venne a formarsi in quegli anni tra i ceti produttivi e le categorie impiegatizie tradizionali; tra imprenditori, speculatori e commercianti. Tutti d’accordo nel ritenere la casa il bene rifugio per eccellenza, simbolo di un nuovo agognato benessere. Sono categorie che avevano individuato nello sviluppo del settore edilizio l’unico rimedio alla chiusura delle fabbriche ed al restringersi delle prospettive di sviluppo dell’area napoletana. Questa linea di condotta fu ritenuta lecita anche da ampie frange di comunisti in buona fede, sbigottiti di fronte alle dimensioni assunte in pochi anni dal “fenomeno Lauro”, che offriva alla borghesia napoletana la prospettiva di uno sviluppo capitalistico ed affaristico, modesto ma tangibile, alimentato dal “petrolio nostrano” dell’espansione edilizia. Un progetto di sviluppo presentato agli elettori, i quali, sordi alle sirene dei moralisti, lo premiarono in maniera plebiscitaria , come unico rimedio capace di rompere con l’immobilismo del passato. Utile alla propaganda anche la benevola accondiscendenza del Papa, che non pone alcun veto al voto monarchico, lasciando senza argomenti un manipolo di preti, sfrontati propagandisti dello scudo crociato. Piazza Plebiscito, allestita con un gigantesco palco, diventa il teatro di un comizio oceanico, nel quale, davanti a circa trecentomila napoletani, Lauro, con le lacrime agli occhi, può esclamare: “Consacro gli anni che mi restano alla causa di questa nostra Napoli”. I seggi scrutinati decretano un successo senza precedenti: 276.000 preferenze al capolista. I monarchici ottengono la maggioranza assoluta con il 51,7% dei voti e 44 seggi, mentre la Democrazia cristiana esce massacrata con il 16%, superata anche dai comunisti che raccolgono il 19%. Nonostante il trionfo, Lauro si mostra generoso ed invita la Dc a partecipare alla formazione della giunta, ma gli umori sono cambiati ed il vento nel partito scudo crociato ha cominciato a soffiare verso sinistra, per cui vi è uno sdegnoso rifiuto: “In rispetto al metodo democratico teniamo ad assumere la posizione affidataci dall’elettorato, cioè quello di minoranza”. Il 23 giugno 1956 Lauro succede a sé stesso, pronunciando il nuovo “discorso della corona”, nel quale auspica per Napoli una nuova legge speciale e promette che saranno avviati imponenti lavori pubblici e di edilizia privata per un totale di duecentomila vani, che daranno sollievo al dramma della disoccupazione. Al di là dell’edilizia e dei lavori pubblici vengono messi in cantiere molti altri progetti, che purtroppo naufragheranno per l’ostilità e l’ostruzionismo del governo.  Si chiede la licenza per installare una televisione privata, la prima in Italia, ma si ottiene un diniego. Si vorrebbe aprire un casinò a Sorrento, in maniera da usufruire di flussi costanti di turisti anche nel periodo invernale, ma anche in questo caso non si riesce ad ottenere la licenza dalle autorità centrali. Si progetta una casa cinematografica nel capoluogo, da localizzare nella Mostra d’Oltremare. Il pallino per i film al Comandante viene a seguito di una passione che agita i suoi ormoni ancora tanto efficienti: ha infatti conosciuto una sedicenne dalla folgorante bellezza, aspirante attricetta, Eliana Merolla, che diventerà prima la sua amante e poi, dopo la morte di Angelina, sua moglie. Per lanciarla egli finanzia una pellicola che la vede interprete principale con lo pseudonimo di Kim Capri al fianco di attori famosi, come Amedeo Nazzari e Paolo Stoppa, per un soggetto di Susy Cecchi D’Amico. Si progetta inoltre a Baia un cantiere, il più grande del Mediterraneo, un investimento da dieci miliardi, ma non si ottengono i contributi governativi, nonostante l’interesse alla realizzazione dimostrato dallo stesso Giancarlo Valletta, all’epoca leggendario “padrone” della Fiat. A fronte di tante iniziative, nessuna delle quali purtroppo realizzate, persiste nel bilancio comunale un deficit che cresce giorno dopo giorno fino ad assumere proporzioni preoccupanti. E sarà su questo buco dalle grosse dimensioni, oltre che sul non rispetto delle procedure burocratiche che si baserà il contrattacco della Dc, che sotto le vesti dello Stato interverrà in forze. L’esame del bilancio preventivo del comune di Napoli per il 1956, condotto dalla Direzione generale dell’amministrazione civile, aveva messo in luce un disavanzo di circa trenta miliardi. Esso non aveva però impedito l’assunzione, nel corso del 1955, di 1057 tra impiegati e salariati, il che fece salire il numero dei comunali a ben 12.351 unità, senza considerare i dipendenti dell’azienda tranviaria. Questa situazione di dissesto permette al governo di intralciare l’attività di Lauro, attraverso la sospensione, ad intervalli regolari, del delicato meccanismo che garantiva, per mezzo dell’erogazione di mutui, il denaro liquido sufficiente al pagamento mensile degli stipendi ai dipendenti comunali. Lauro è un fiume in piena, lo straripante successo elettorale alle amministrative lo induce a conquistare altre piazze, per cui, in occasione delle consultazioni regionali sarde dell’aprile 1957 si prepara alla grande. Una task-force propagandistica, mai vista prima in Italia, s’imbarca dal molo Beverello a bordo di una gigantesca nave-traghetto. A Cagliari, sbarcano sotto gli occhi attoniti degli sbalorditi indigeni sessanta automobili con altoparlanti e venti autocarri stracolmi di materiale cartaceo e di tutto ciò che necessita per allestire una miriade di sedi di partito, dai manifesti alle foto, dalle macchine da scrivere ai televisori ed agli indispensabili calcio-balilla, in grado di procurare più voti di qualsiasi promessa. In pochi giorni alcune centinaia di sezioni monarchiche coprono capillarmente tutto il territorio, battuto metro dopo metro da Lauro in persona che, dimostrando per l’ennesima volta delle capacità di lavoro fuori del comune, terrà discorsi dappertutto, anche nelle isolette più sperdute. Ad ogni comizio vengono distribuiti pacchi dono, ma i Sardi, più che da questi regali, a cui non sono abituati, vengono colpiti dall’eloquenza del Comandante, il quale eroderà voti, oltre che a covelliani e missini, soprattutto ai comunisti, che perderanno oltre ventimila consensi, mentre la Democrazia cristiana riesce a rimanere stazionaria. Per la lista di don Achille è una vittoria al di là di ogni più ottimistica previsione: 60.000 voti pari a 9% e a 6 seggi nell’Assemblea. Ad urne da poco scrutinate, il materiale  propagandistico è stato già smantellato ed è di ritorno verso Napoli,  pronto, l’anno successivo, ad essere scaraventato, opportunamente potenziato, per tutto il Mezzogiorno, in occasione delle elezioni previste per il 1958. La macchina da guerra laurina si prepara ad invadere Calabria, Puglia, Lazio e poi anche le regioni settentrionali. Si prevede un potenziamento nel numero dei pullman propagandistici. Quello speciale, allestito per il Comandante è fantascientifico: contiene varie stanze, tra cui un ufficio ed una camera da letto ed in pochi minuti il tetto è in grado di  trasformarsi in un palco pluridotato di microfoni multidirezionali, per poter tenere discorsi in ogni piazza. Nello stesso tempo, nel 1956, si è assistito al fallimento della Confintesa, un raggruppamento di diversi partiti moderati patrocinati dalla Confindustria, che è avversa a Fanfani, avendo perso per colpa sua il controllo di oltre duecento aziende irizzate. Di conseguenza ora la Confindustria comincia a pensare ad una “grande Destra” guidata da Lauro, grazie ai cui uffici sperano per il 1958 di sdoganare il Movimento sociale italiano.

Lauro leader della “grande destra”.

Il tentativo di creare a livello nazionale un grande fronte a destra, capitanato da Lauro, s’intreccia ambiguamente con la crisi finanziaria del comune di Napoli e l’improvvisa “attenzione” del governo verso il suo disastrato bilancio. La realtà, molto eterogenea, che si doveva assemblare sotto una denominazione retoricamente ambiziosa di “grande destra” assommava in pectore a quattro milioni di voti, per cui rappresentava un’operazione politica in grado d’influenzare significativamente gli equilibri consolidati. Un ostacolo era costituito dalla vecchia ruggine tra il Comandante e Covelli, esacerbata dal recente passaggio di un consistente numero di onorevoli dal Pnm verso il gruppo parlamentare laurino. Le trattative ed i piani di battaglia fervevano da tempo, mettendo in ansia le testate governative, che ammonivano apertamente di “pericolo di destra”, da cui bisognava stare particolarmente attenti, “per l’inveterata abitudine mentale a vigilare solo sui bastioni dell’estrema sinistra”. Lauro cercava, attraverso questi suoi non dissimulati programmi di “ampliamento”, di esercitare una pressione sul governo, che, nel mese di dicembre, facendo seguito a dei minuziosi controlli, aveva commissariato gli uffici elettorali e demografici del comune. La guerra fredda si acuì quando Tambroni, rispondendo ad una serie di interrogazioni in Parlamento, enumerò, con voce distaccata, una serie d’irregolarità riscontrate durante le ispezioni, che andavano dalla prodigalità eccessiva nell’erogazione del denaro pubblico alla sistematica elusione delle procedure burocratiche previste dalla legge. Fu allora chiaro a tutti che l’attacco sferrato verso l’amministrazione comunale avrebbe portato in breve allo scioglimento d’autorità della giunta; una mazzata terribile per il Comandante, ben difficile da assorbire. Molti, impauriti, cominciarono a battere in ritirata, seguendo l’italico costume di abbandonare il perdente e di correre in soccorso, quando possibile, del vincitore. Tra questi coraggiosi, i liberali, con Einaudi in testa, che minacciava grottescamente le sue dimissioni irrevocabili dal partito in caso di accordo con Lauro. Gli stessi missini, pur stigmatizzando, attraverso i loro giornali, lo spudorato colpo di mano del governo “di colpire Lauro, fautore dell’unità a destra”, preferirono per il momento accantonare il sogno malizioso della sacra coalizione. Tra le voci dissonanti a livello nazionale l’autorevole “Il Tempo”, con un editoriale di Alberto Consiglio dal titolo ambivalente “In difesa dei mariuncelli”, volle giustificare ampiamente, con un’acuta analisi storica, il comportamento della giunta laurina: “Lauro come sindaco ha ereditato il malcostume amministrativo da secoli di spagnolismo e di borbonismo, da cento anni di unità nazionale a conduzione piemontese ed anche, sia detto per onestà, da un decennio di democrazia repubblicana…, il deficit pauroso del comune partenopeo trova in parte giustificazione nel volto rinnovato della città, nel risanamento di interi quartieri, forse temerariamente affrontato, però praticamente realizzato”.  La prima campagna politica all’americana messa in pratica in Italia e gli stupefacenti risultati ottenuti incutono timore ai membri del governo, i quali decidono d’intervenire con fermezza prima che sia troppo tardi, anche alla luce delle nuove condizioni politiche, interne ed internazionali, che sono venute a crearsi. Infatti la dura repressione dell’insurrezione ungherese da parte dei carri armati sovietici ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha convinto Nenni a liberarsi dall’imbarazzante alleanza con il Partito comunista. Ci sono ora le condizioni per un dialogo più proficuo fra cattolici e forze di sinistra moderate, che sarà visto con benevolenza anche dal nuovo papa Giovanni XXIII. Il blitz scatta proditoriamente il 28 aprile 1957, una data fatale per il laurismo, che comincerà da allora il suo tormentoso declino. Un calcolato ritardo del contributo integrativo da parte del governo non permette il pagamento degli stipendi agli spazzini napoletani, i quali entrano in sciopero e non ci vuole molto per la città a trasformarsi in una gigantesca pattumiera a cielo aperto, anche per il lavoro della teppaglia al soldo della Dc e degli attivisti comunisti che sparpagliano dappertutto cartaccia e residui organici. Dopo pochi giorni è previsto infatti a Napoli un importante congresso internazionale di medicina, con scienziati arrivati da mezzo mondo: quale migliore occasione per le opposizioni riuscire a dimostrare che la situazione dell’amministrazione comunale ha superato abbondantemente il livello di guardia? Nonostante il prefetto (rapporto del 18-4-’57) avesse scongiurato il ministro competente che, “per evitare il precipitare di una situazione già gravissima dell’ordine pubblico, in seguito allo sciopero dei dipendenti comunali”, era urgentissimo sbloccare i mutui previsti dalla legge. Don Achille non si fa sorprendere, torna di corsa a Napoli con un aereo privato, preleva i soldi necessari dalle casse della flotta e paga gli stipendi ai netturbini che in poco tempo ripuliscono la città. Ma Fanfani, il suo nemico, ha piazzato i suoi uomini al posto giusto per sferrare l’attacco finale: Tambroni, ministro degli Interni, è incaricato di fare la faccia feroce, mentre Gava, in uno dei frequenti incontri che avvenivano tra loro, fingerà di voler mettere a posto le cose. Nel frattempo anche lo stesso prefetto Diana, dimostratosi sempre filolaurino, verrà sostituito con Marfisa, che ben presto dimostrerà la sua ostilità. Tambroni avvertiva Segni che l’instabilità finanziaria del comune di Napoli non poteva “non avere ripercussioni sul piano politico” (lettera del 29-7-’56), anche in considerazione che per il 1957 si preannunciava un deficit di oltre 33 miliardi. Il disavanzo era dovuto alla necessità indifferibile di far circolare denaro nella città, stremata sotto il profilo economico e psicologicamente ci si poteva ritenere autorizzati a comportarsi in quel modo dall’esistenza di una legge, che prevedeva per i comuni la facoltà di contrarre mutui per colmare un eventuale buco nel bilancio, senza l’obbligo di aumentare le entrate. L’atteggiamento avverso del governo, ritardando capziosamente l’erogazione dei mutui integrativi dei bilanci per il 1955 e 1956, non solo vanificava del tutto i benefici della legge speciale, ma impediva di fatto lo stesso esercizio dell’ordinaria amministrazione. La battaglia a viso aperto fu preceduta da un breve periodo, in cui si cercò di far prevalere l’idea che fosse la burocrazia ministeriale a richiedere, necessariamente, un esautoramento della giunta Lauro, come risultato di un neutrale iter amministrativo. Scaramucce furono il commissariamento dell’Eca ( Ente comunale di assistenza) feudo personale di Gaetano Fiorentino, che si vide scippato un prezioso generatore di voti e di consenso, oppure l’inchiesta prefettizia, su denuncia del consigliere comunista Bisogni, riguardante presunte irregolarità nell’uso di auto del comune e sull’utilizzo dei buoni acquisto della benzina. Indagine che evidenziò pesanti responsabilità a carico dell’assessore alla Nettezza urbana Amato. Erano tutti segni tangibili dell’avvenuto divorzio tra la Democrazia cristiana e Lauro, favorito in parte dall’attività intransigente del governo di transizione, presieduto da Adone Zoli, che seguì alle dimissioni del gabinetto Segni. Tale governo, nato nel mese di maggio, anche se di breve durata, adottò uno stretto controllo della spesa pubblica e la rigida osservanza di “rigorosi criteri dell’economia nell’esame dei provvedimenti legislativi”. S’impegnò a fondo nel contenere il flusso dei finanziamenti agli enti locali, che si era oramai trasformato in un fiume in piena. A Napoli, in questa fase d’instabilità economica, il ritardo nei pagamenti alle imprese appaltatrici del comune provoca vistoso malcontento, che viene segnalato dal prefetto al ministero competente in numerosi rapporti riservati, evidenziati e resi pubblici dallo storico Pierluigi Totaro, che ha esplorato sui documenti gli anni d’oro di Lauro sindaco, dal 1952 al 1958. “Piccole aziende sull’orlo del fallimento, enti che non trovano più credito neanche per fronteggiare le modeste spese di carattere indispensabile, appaltatori che, ovviamente, fanno incidere il rischio del mancato pagamento sull’ammontare del costo dei loro servizi, stato d’ansia e di agitazione delle masse impiegatizie e dei lavoratori, che vedono la precarietà della loro situazione”. Una denuncia accorata e precisa che trovò orecchio da mercante nelle stanze del potere romano. Il primo, il 12 agosto, con 40 gradi all’ombra, invia a Napoli tre ispettori a verificare eventuali irregolarità amministrative, tali da giustificare l’arrivo di un commissario, mentre l’altro compare riceve a Roma il Comandante e gli fa capire che “nel caso in cui il sindaco avesse il buon senso di dimettersi insieme a tutta la giunta, potrebbero non essere celebrati processi penali a suo carico”(Zullino). Una pesante intimidazione che fa capire, se tutto è vero, che non soltanto in tempi a noi più vicini, la magistratura è stata pronta a diventare il braccio armato del potere. Lauro torna a casa furioso e si prepara alla battaglia, che si pronostica senza esclusione di colpi, fiducioso – come sempre – nel successo. Ma la situazione tende a precipitare nel mese di dicembre, quando Tambroni, rispondendo in Parlamento ad alcune interpellanze, si dilunga in un implacabile atto d’accusa verso l’amministrazione comunale partenopea.  Sono state accertate “gravi, diffuse, sistematiche irregolarità e deficienze” e si preannuncia che il governo chiederà al Presidente della Repubblica di firmare il decreto di scioglimento della giunta. Sono 17 le contestazioni mosse al primo cittadino, con l’assegnazione di un termine per l’eliminazione delle irregolarità e per eventuali controdeduzioni. Il Comandante viene indotto insieme ai suoi consiglieri a dimettersi, cosa che fa, assieme a sette assessori, il 20 dicembre, perché si ritiene che ciò possa fermare l’azione del governo, non potendosi sciogliere una giunta formata successivamente e presieduta da un altro sindaco.

Le dimissioni, precedute da una lunga autodifesa che ebbe vasta eco sulla stampa, furono motivate dalla partecipazione alle elezioni politiche e vennero duramente osteggiate dalle opposizioni, che vedevano vanificate, con la fuga del sindaco, le speranze d’imporre all’avversario il colpo del Knock-out. Quindi, il 6 gennaio, Lauro fa eleggere con i 45 voti della sua maggioranza monarchico-missina al suo posto un uomo di assoluta fiducia: Nicola Sansanelli, ex federale fascista, già assessore al patrimonio nelle giunte precedenti, il quale rimarrà in carica per soli 38 giorni. L’elezione avviene in un’aula semideserta abbandonata per protesta dall’opposizione. Il Comandante attraverso i suoi organi di stampa informa di aver lasciato il seggio di palazzo San Giacomo, unicamente per impegnarsi su di un fronte più vasto per i destini di Napoli e del Mezzogiorno. Egli infatti si adopera per formare finalmente la “grande Destra”, un progetto più volte accarezzato e mai andato in porto, con un ambizioso obiettivo: superare i due milioni di consenso, mandando così al Parlamento 70 rappresentanti. “Una vigorosa crociata contro il socialcomunismo e la Dc per sottrarre l’Italia all’atroce dilemma tra potere rosso e dittatura clericale”. Purtroppo i potenziali alleati nicchiano. Infatti Covelli guarda oramai con simpatia Fanfani, dopo aver offerto i suoi voti per l’elezione di Gronchi, mentre Michelini prudentemente tace. La lotta ingaggiata appassiona tutta l’Italia e di essa parlano le penne più famose: dal “pontefice” Indro Montanelli a Giovanni Ansaldo che, dopo un lungo periodo di non belligeranza, ha cominciato dalle pagine del “Mattino” una guerra ad oltranza, avvelenando giorno dopo giorno i suoi articoli di fondo. Anche sul piano politico locale le accondiscendenze democristiane del passato svaporano con l’elezione di Davide Barba, un fanfaniano, a nuovo  segretario provinciale. Nello stesso tempo il quadro della politica nazionale spinge verso queste difficili decisioni; fanno infatti molta paura: la concorrenza sempre più temibile dei monarchici nel Mezzogiorno, il crescente timore della vagheggiata “grande destra”, mentre si manifesta lampante l’inutilità dei voti laurini in Parlamento, divenuti oramai superflui. I giochi sono fatti: il 13 febbraio 1958 il Presidente della Repubblica firma il decreto di scioglimento della giunta comunale napoletana per quanto retta, non più da Lauro, ma da un nuovo sindaco e nonostante il parere contrario espresso dal Consiglio di Stato, perché prevalse la convinzione truffaldina che, la presenza del Comandante come assessore, ponesse la giunta Sansanelli in linea di netta continuità con la precedente. Il giorno successivo il prefetto Correra, scortato da ben 7 vicecommissari, prende possesso di palazzo San Giacomo.

Lauro furente minaccia: “Discuteremo con Tambroni quando avremo 70 deputati a Montecitorio”. Nello stesso tempo gli attivisti cercano di aizzare la piazza, provocando disordini e cortei di protesta, ma la polizia schierata in forze scoraggia anche i più facinorosi. La sostanziale assenza d’incidenti di piazza fu un ulteriore dimostrazione di civiltà e di atavica tollerante pazienza da parte dei napoletani, i quali, pur dispiaciuti per lo scioglimento della giunta, non si abbandonarono a quelle strenue violente difese campanilistiche che hanno contraddistinto la storia italiana degli ultimi 50 anni.

Fu una tangibile conferma che il laurismo non era stato contrapposizione allo Stato, ma capacità di calamitarne la benevolenza, attraverso pacchetti d’interventi economici, da gestire poi al di fuori dei rigidi schemi burocratici, che tendono a paralizzare ogni iniziativa. L’unico metodo per governare una città difficile come Napoli! Lo stesso Lauro sarebbe stato danneggiato da una esplosione di rabbia popolare, che avrebbe troncato qualsiasi aspirazione di ritornare legalmente al timone della città, con un forte potere contrattuale da spendere a Roma, fonte inesauribile di finanziamenti ed agevolazioni. Egli era pronto a combattere, e duramente, una battaglia che riteneva già vinta in partenza. L’unica protesta che si concluse fu quella, come pittorescamente descrive Zullino, capeggiata da “Nannina a chiattona”, la quale alla testa di un gruppo di donne sfilò, alternando urla e bestemmie a slogan, per le strade, mentre le sue vaiasse affiggevano ritratti di Lauro ai cofani delle automobili. Il tutto condito da apprezzamenti irripetibili nei riguardi del nuovo commissario ed a lodi sperticate agli attributi virili, il famoso “pescione”, del Comandante. L’isolamento politico di Lauro si coglieva dalla stampa; perfino il missino “Secolo d’Italia” ironizzò, essendo giorni di carnevale, sul “giovedi magro” dell’ex sindaco.

Don Achille si difende vigorosamente nel corso di un’affollatissima conferenza stampa tenuta a Roma il 17 febbraio. Dopo una notte trascorsa senza dormire per approntare il documento con l’aiuto del fedele scriba Giovanni Gatti, parlerà per tre lunghissime ore con i giornalisti, con una vis polemica straordinaria, colorita da frasi vivaci, alternando vernacolo e lingua, esplicative del fatto che questa volta non si tratta dei soliti discorsi preparati da Cafiero o Pugliese e letti con difficoltà senza trasporto, ma del pensiero genuino del Comandante, che una volta tanto si dimostra grande oratore, sottolineando la gravità del provvedimento deciso dal governo in assoluto dispregio della volontà democraticamente espressa e rintuzzando con pignole precisazioni le infondate, pretestuose contestazioni di Tambroni. Per inciso Lauro venne accusato di gravissimi illeciti amministrativi, invadendo il campo di interesse della magistratura, ma nessun processo fu mai celebrato a suo carico, per cui i casi sono due: o le irregolarità contestate non erano così gravi come la stampa si sforzava di mettere in evidenza, oppure il comportamento acquiescente dell’autorità giudiziaria  non fu cristallino. Le sue proteste avranno un’eco di consenso anche nella stampa di sinistra che percepisce il sopruso governativo e lo esplicita senza perifrasi dalle pagine del suo organo di stampa nazionale l’ “Unità” (24 dicembre 1958). “Anche a Napoli, il fanfanismo è prepotenza, è sostituzione della “autorità” alla volontà e al funzionamento degli organismi democratici eletti dal popolo, è visione burocratica dall’alto, di tipo coloniale dei metodi di governo e di amministrazione, è subordinazione agli indirizzi della grande industria monopolistica settentrionale, è corruzione. Dove la Dc non ha ottenuto i voti sufficienti a costituire delle maggioranze, là interviene l’autorità dello Stato”. Insigni giuristi indipendenti, come Arturo Carlo Jemolo, stigmatizzarono la decisione del governo, evidenziando il diverso comportamento verso le autorità municipali secondo il colore della giunta: “La tutela sui comuni è da noi continua, quel che è peggio, intensamente politicizzata, sicchè non opera dove ci sono amministrazioni care a ministri e deputati di maggioranza, ma può invece essere vessatoria”. Anche la stampa straniera s’interessò scandalizzata agli avvenimenti napoletani, tra cui l’autorevole “Tribune de Genève” che spezzò una lancia a favore del Comandante, il cui comportamento moderato aveva evitato che potessero nascere disordini: “Sino ad oggi non si vede di quale irregolarità Lauro si sia reso colpevole; se talune spese sembrano esagerate, egli non ha messo nulla in tasca ed ha usato tali somme a scopi benefici. Non si può dire se, diretta da altri partiti, la città avrebbe potuto avere un bilancio tanto pulito; in ogni caso, soltanto le elezioni potranno dare un quadro preciso dell’orientamento politico dei cittadini”. Purtroppo anche i napoletani, voltabandiera come sempre, praticarono l’antico vizio italico di correre in soccorso del vincitore, mentre Ansaldo, cominciò a martellare sempre più dalle pagine del “Mattino” sui nefasti metodi del laurismo. I risultati delle elezioni sono disastrosi; il 25 maggio dalle urne, al posto dei “minacciati” due milioni, usciranno soltanto 700.000 voti e la strombazzata falange di 70 deputati sarà costituita da uno sparuto manipolo di soli 14 elementi. Il colmo è costituito dalla mancata rielezione dello stesso Comandante, pur con la scusante che egli non aveva avuto timore a ingaggiare la lotta nel difficile collegio di Castellammare di Stabia, da sempre inespugnabile feudo dei Gava. Avvilito e deluso, dichiara che pur continuando nella battaglia “quel che è certo è che io non sento di avere gli stessi impegni che assunsi con i 300.000 napoletani che nel 1956 mi diedero il voto, e ciò perché questi voti sono diventati la metà”. Un ciclo storico irripetibile si era chiuso, perché l’epopea del laurismo, ridotta se non al silenzio a disordinati e dissordanti rumori di fondo, pur continuando imperterrita fino alle elezioni del 1976, con il Comandante in lizza ad oltre 90 anni, non raggiungerà più i fasti del decennio d’oro.

i veri anni del sacco edilizio: i trenta mesi della “reggenza” Correra

In questo capitolo ci sforzeremo di correggere una convinzione diffusa, alimentata da una propaganda maliziosa, interessata unicamente alla distruzione del mito laurino. Una storiografia sinistrorsa, la quale nel corso degli anni, a volte falsificando, a volte, vogliamo essere buoni, ignorando la vera realtà dei fatti, ha identificato il mito del “sacco della città” facendolo coincidere unicamente con gli anni in cui “regnava” Lauro. E per diffondere questo dogma si è servita impunemente di tutti i mass-media disponibili, dal cinema alla televisione, dai giornali ai libri ed alla fine addirittura anche della tradizione orale. Un film cult ,come “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, girato nel 1963, è stato per decenni adoperato dalle sinistre per propagandare il mito di Lauro speculatore edilizio. Quest’anno, in occasione degli 80 anni del regista, la pellicola è stata per l’ennesima volta proiettata in pompa magna e nella conferenza stampa successiva, affollata di autorità e giornalisti, si è continuato a fare una incredibile confusione, collocando cronologicamente episodi edificatori, poco edificanti, avvenuti durante la reggenza Correra, agli anni in cui a palazzo San Giacomo regnava il Comandante. Paradigmatiche dell’equivoca volontà di mischiare le carte in tavola, le palpitanti immagini di quei giganteschi mostri di cemento, dalle enormi fondamenta a vista, che si possono ammirare dalla tangenziale all’altezza dell’uscita Vomero e sulle quali la cinepresa del regista indugia con compiacimento, come se volesse ammonire il pubblico a meditare su codesti scempi. Questi scheletri di cemento armato, palafitte da incubo, che fuoriescono dal terreno per decine di metri, vennero realizzati sorprendentemente in piena legalità, a seguito dell’applicazione di una delle famigerate “varianti Correra”, per la precisione la “variante Vomero-Arenella”. Ma vogliamo vederci assieme più chiaro, indagando sui volumi costruiti anno per anno? Partiamo dall’esame della legislazione urbanistica e da alcune considerazioni. Napoli in questo secolo ha avuto due soli piani regolatori, quello “fascista” del 1939, un vero monumento di armonia tra interessi pubblici e privati, com’è riconosciuto oggi da autorevoli specialisti, di idee non certo nostalgiche, come il preside di Architettura Benedetto Gravagnuolo o il professor Massimo Rosi (opinioni raccolte dalla viva voce degli interessati nel corso di riunioni svolte nel salotto culturale di Elvira Brunetti) e quello “democratico” del 1972, entrambi mai operativi per la mancata approvazione dei regolamenti di attuazione. Bisogna precisare che, quando Lauro venne eletto nel 1952 e volle utilizzare a piene mani il “petrolio dei meridionali”, costituito dall’espansione edilizia, la giunta non possedeva un vero e proprio strumento urbanistico, ma un ben più modesto regolamento edilizio, risalente al 1935, stilato da un organo comunale fascista dotato dei più ampi poteri. Questo regolamento si trasformò poi nel 1939 (legge 1208 del 29 maggio 1939) in piano regolatore, che rimase però lettera morta a seguito della guerra. Nel 1945, purtroppo, il Comitato di liberazione nazionale partenopeo, ritenendolo una creazione fascista, lo rese non operativo e diede istruzione per preparare un nuovo piano, il quale fu però, una volta redatto, bocciato nel 1950 dal Consiglio superiore dei lavori pubblici. Si cercò allora di riesumare l’antico piano del 1939, ma, nel 1953, sopravvenne una pronuncia del Consiglio di Stato, che lo dichiarò non utilizzabile, perché mancante dei piani particolareggiati di esecuzione. Si fu costretti perciò per anni a lavorare in assenza di uno strumento preciso di disciplina urbanistica, ma soltanto di un regolamento edilizio, fino a quando, nel 1958, il Consiglio di Stato mutò parere, affermando la piena precettività del piano regolatore generale. Su tale parere, completamente in antitesi col precedente, che ribaltò la giurisprudenza sull’argomento, gravò a lungo l’ombra del sospetto, perché la decisione fu assunta a seguito di un ricorso di una cooperativa di magistrati contro la società Edilizia napoletana. In conclusione Napoli da oltre 50 anni vive in assenza di un qualsivoglia strumento progettuale ed i risultati sono stati, e certamente non solo durante gli anni del laurismo, il disordine edilizio più incontrollato, il cui caotico sviluppo ha tenuto conto solo dell’esigenze dei singoli, trascurando, com’è nostra scellerata abitudine, quelli della collettività. Non si è mai smesso di costruire, basta, per convincersene, recarsi nei quartieri periferici (Soccavo, Pianura, Secondigliano) cresciuti a dismisura o nell’immenso hinterland partenopeo, da Quarto flegreo ai comuni della penisola sorrentina, che stringe oramai in una morsa implacabile la città, costretta a sopravvivere con densità di popolazione superiori a tutte le più affollate metropoli asiatiche e con un traffico impazzito, con inestricabili ingorghi a croce uncinata, da fare impallidire a confronto qualunque altro concorrente. Si sono costruite le case le une vicino alle altre, spinti certamente dal profitto, ma anche perché il napoletano, geneticamente abituato al “gomito a gomito”, prova un’ intollerabile vertigine quando può allargare lo sguardo su un panorama senza trovare la casa dirimpettaia, senza poter contare su un’economia da vicolo, una socializzazione da cortile, tutto sommato una cultura da casbah. Solo così possiamo cercare di spiegarci l’esistenza di mostri serpentinosi come via Jannelli o via San Giacomo dei Capri ed altri agglomerati sorti nel Vomero alto, dove i suoli costavano poco o niente e si poteva tranquillamente speculare anche costruendo a distanza più civile gli edifici. Nonostante il cambio di padrone, l’atmosfera di palazzo san Giacomo non cambia, sia perché Lauro conserva ancora una certa influenza, potendo condizionare con i suoi voti parlamentari i governi centristi, sia soprattutto perché Correra comincia a tessere una trama sottile con l’entourage di costruttori e speculatori che gravitavano intorno al Comandante. Una vera e propria corte dei miracoli, abituata a feroci contrattazioni sottobanco che cercava di disciplinare attraverso il rubinetto dei fidi e delle fidejussioni bancarie, concesse da istituti di credito, in primis il Banco di Napoli, saldamente in pugno alla Democrazia cristiana. Molti luogotenenti monarchici, intuendo che la “reggenza” durerà a lungo, cambiano casacca, allargando i loro affari anche al nascente settore delle infrastrutture industriali ed urbane. Correra doveva gestire per pochi mesi l’ordinaria amministrazione e preparare la nuova consultazione elettorale, regnò viceversa incontrastato per quasi tre anni, divenendo il vero padrone della città. Don Alfredo era più che fidato, infatti già dieci anni prima era stato inviato d’autorità a Castellammare di Stabia per presunte irregolarità amministrative, quella volta per togliere il potere alle sinistre. E saranno proprio i comunisti, più dello stesso Lauro, i suoi acerrimi nemici, attaccandolo ripetutamente dalle pagine dell’ “Unità”, sollecitando con energia la convocazione dei comizi elettorali, già il primo giorno che mise piede a palazzo San Giacomo e poi, di tre mesi in tre mesi, alla scadenza delle proroghe, denunciando l’aperta violazione non solo della legge, ma delle stesse norme costituzionali. Per renderci conto con onestà del fabbisogno di edilizia negli anni Cinquanta e Sessanta occorre fare alcune considerazioni:

1. La guerra aveva distrutto o danneggiato in maniera irreparabile oltre centomila vani nella sola area urbana partenopea.

2. Dal 1951 al 1971 la popolazione di Napoli era cresciuta di circa il 25%, senza tener conto della crescita dei comuni limitrofi, passando da 1.011.919 a 1.226.594 abitanti.

3. In molti quartieri la promiscuità e il superaffollamento erano la regola, non solo nei bassi più diseredati, ma anche in molte civili… abitazioni ed il desiderio di condizioni di vita più accettabili cresceva giorno dopo giorno.

4. Nel periodo considerato la superficie abitativa aumenta di circa il 50%, passando da 486.308 a 1.039.499 vani. Un incremento, non solo sovrapponibile a quello avvenuto in altre città italiane, ma da considerarsi del tutto fisiologico ed in linea con gli auspici della commissione istitutiva del piano regolatore del 1939, che prevedeva, in tempi non sospetti, la necessità improcrastinabile di costruire almeno altri 200.000 vani al fine di migliorare le precarie condizioni igienico sanitarie dei cittadini.

Le distruzioni belliche e la crescita della popolazione avevano poi giustificato l’ulteriore incremento. A tal proposito bisogna sottolineare che proprio nelle aree più danneggiate dai bombardamenti non si poté lavorare di buona lena, per tutta una serie d’impacci burocratici. Infatti nella zona a ridosso del porto (quartieri Pendino, Mercato e Porto) che uscì sconvolta dalle incursioni aeree americane, furono approvati, dal 1946 al 1955, vari decreti ministeriali che dettavano precise norme per la ricostruzione degli abitati danneggiati dalla guerra, ma purtroppo tali disposizioni prevedevano l’obbligo del consenso da parte di almeno il 75% dei proprietari per cui ebbero un’applicazione quanto mai farraginosa. I dati statistici esposti, provenienti da una fonte quanto mai attendibile, redatta tra l’altro da avversari storici del laburismo (il numero 65 del luglio 1976 della rivista dell’Istituto nazionale di Urbanistica a cura degli architetti Vezio De Lucia e Antonio Iannello) sono la lampante dimostrazione della falsità del mito di Napoli capitale della speculazione edilizia, perché in altre città si è costruito, nell’assoluto silenzio dei mass media, ben più che nella nostra.

La febbre edilizia raggiunse temperature da cavallo e ben si espresse nell’erezione del grattacielo della “Cattolica”, in pieno centro cittadino, salutata dall’onorevole democristiano Mario Riccio, il medesimo che aveva attaccato in Parlamento Lauro per il suo eccessivo impegno edificatorio, con frasi talmente toccanti da commuovere l’uditorio presente all’inaugurazione. Tra il numeroso pubblico, impettiti in prima fila i colonnelli del nuovo potere, sordi alle civili proteste che Francesco Compagna manifestava nei suoi articoli sulla rivista “Nord e Sud”. Mentre si progettava lo sventramento dei quartieri spagnoli per creare un nuovo rione Carità, le nuove edificazioni cominciano a coprire ogni spazio libero. Sono questi i veri anni delle “mani sulla città”, quando costruttori senza scrupoli, trasferitisi in massa dalla corte laurina al nuovo potere, come Mario Ottieri, scaricano sul territorio urbano volumi edificati mai visti in precedenza; per essere più precisi: oltre diecimila vani in meno di due anni per una massa di duecentomila quintali di cemento e quasi cinquantamila di ferro (dati riguardanti il solo Ottieri). Le sue imprese distruggono l’armonia del centro più antico, come nella storica piazza Mercato, dove l’orrendo palazzaccio, sorto in pochi mesi, fa tuttora rivoltare nella tomba i tanti napoletani illustri, alle cui gloriose gesta è legata la sacralità dei luoghi. Anche nella città nuova, al Vomero, si pongono saldamente le basi della perpetua invivibilità, erigendo monumenti alla vergogna, come la stupefacente “muraglia cinese” di via Aniello Falcone, che ancora oggi molti si ostinano a collegarne la costruzione agli anni delle amministrazioni laurine. (Citiamo ad esempio tra i tanti: la “Storia fotografica di Napoli”, a cura di Attilio Wanderlingh con testi di Ermanno Corsi oppure il “Vomero” di Giancarlo Alisio, nei quali placidamente si addossa a Lauro la realizzazione della “muraglia cinese”. Il kafkiano episodio di manomissione fisica del piano regolatore avviene negli anni della gestione Correra. L’accaduto è noto, ma vale la pena ricordarlo per perpetuarne la memoria. Le tavole del piano regolatore del 1939, all’epoca vigente, erano conservate in tre esemplari, al Comune, all’Archivio di Stato ed al Ministero dei lavori pubblici. I soliti ignoti, non essendo a conoscenza della terza copia, depositata a Roma, agiscono in più tempi impunemente sulle prime due, cambiando a più riprese i colori che identificano la destinazione delle varie aree della città. Il verde delle zone agricole diventa così il giallo delle zone edificatorie. Un caso emblematico è costituito dai terreni dove sorgerà il secondo Policlinico, che, comprati per tre soldi, frutteranno cifre iperboliche agli speculatori. I mandanti di queste continue manomissioni, ai limiti dell’incredulità, si procacciano preventivamente a prezzo vile i terreni agricoli e poi, dopo il colpo di bacchetta magica, anzi di pastello, scaricano milioni di metri cubi di palazzi sui suoli rigenerati, guadagnando cifre da capogiro. L’intrallazzo andò avanti a lungo, fino a quando, fortuitamente, venne scoperta l’esistenza della terza copia. Fu quindi aperto un procedimento penale, ma naturalmente i colpevoli non furono mai identificati, rimanendo perciò impuniti, anche se tutti sapevano chi fossero. Una vicenda assolutamente irripetibile nella storia urbanistica di qualunque città.

Don Alfredo creò allora un’arma ancora più micidiale, che dava tra l’altro un’etichetta di legalità al comportamento degli speculatori edilizi. Diede infatti luogo ad un numero imprecisato di deroghe al piano regolatore da lui stesso proposto. Erano le famigerate e troppo presto dimenticate “varianti Correra” che legalizzeranno ogni tipo di scempio, perpetrato dai costruttori. Il commissario prefettizio si serviva infatti di un escamotage che è stato rivelato dall’urbanista Antonio Guizzi, il quale, per inciso, fu consulente per la sceneggiatura del film “Le mani sulla città” e da anni si batte, inascoltato dai mass media, per ripristinare la verità storica su quegli anni difficili per la nostra città.

Le licenze venivano concesse in variazione al piano regolatore cittadino e cominciavano tutte in tal guisa: “Visto il voto espresso il 26 luglio 1958 dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, si rilascia…”.

Bisogna precisare che le normative urbanistiche dell’epoca prevedevano che, prima di presentare al Ministero una proposta di variante al piano regolatore, i comuni dovessero ricevere un’apposita autorizzazione dal Consiglio superiore dei lavori pubblici. Tale autorizzazione era necessaria, ma non sufficiente, per l’approvazione; ma in quei tre anni la sintonia… d’intenti fu completa (caso unico in Italia). Complicità che proseguì anche con i successivi commissari prefettizi (D’Aiuto e Matteucci), i quali continuarono a mettere a “ferro e cemento” la città, con la regia beffarda del costruttore Ottieri e la spudorata benedizione del Consiglio superiore dei lavori pubblici.

A pagare un perpetuo tributo a questo scellerato comportamento sarà tutta la città, che ancora oggi, dopo oltre quarant’anni, soffre per quei lontani abusi. In particolare ne uscirono devastati i quartieri più moderni: Posillipo, Vomero, Arenella e Fuorigrotta. Un esempio emblematico di cementificazione selvaggia, eseguita in quegli anni, con deroga ministeriale e con indici di fabbricabilità da Guiness dei primati( 22 metri cubi per metro quadrato) è rappresentato dagli edifici sorti nella zona del Drizzagno, situata tra il corso Vittorio Emanuele, via Schipa e la caserma dei carabinieri. Il vuoto legislativo in materia urbanistica diventa un problema sempre più assillante, perché dopo la bocciatura da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici del piano regolatore proposto dai tecnici laurini, il 30 novembre viene frettolosamente varato un nuovo piano, preparato alla meno peggio dai nuovi padroni della città, i quali assegnano il compito delle elaborazioni tecniche ad un ufficio diretto da un volenteroso…  geometra. Sugli anni della reggenza Correra gli organi d’informazione hanno steso da anni un’impenetrabile cortina di silenzio, non concedendo visibilità ad insigni studiosi, come ad esempio l’ingegnere Antonio Guizzi, che si sono interessati come tecnici alle edificazioni selvagge sorte in quel periodo, cercando di ristabilire la verità storica. La connivenza tra il commissario prefettizio e gli organi di controllo centrale si evidenzia da più circostanze. Per capirne di più ripercorriamo la storia da principio. Appena insediatosi a palazzo San Giacomo, il commissario straordinario fu costretto a confrontarsi con il piano regolatore del 1939, risuscitato dalla sentenza del Consiglio di Stato. Ebbe come consulente l’ingegnere Giuseppe Virno, ispettore generale del Ministero dei Lavori pubblici, il quale fu nominato sub commissario all’Edilizia e all’Urbanistica. Egli consigliò a Correra di adottare il piano regolatore fascista che, pur vecchio di un ventennio…, risultava assolutamente rivoluzionario e di porre un argine alla concessione di licenze in contrasto con esso, circostanza che si era fino ad allora realizzata più volte, perché esse erano state rilasciate in base ad un vecchio regolamento edilizio del 1935.

Nello stesso tempo per non bloccare il motore dell’economia napoletana s’intraprese la politica di adozione delle famose “varianti Correra” e si agevolò lo sviluppo dell’edilizia sovvenzionata con norme spesso stabilite volta per volta a secondo lo stato dei luoghi. Trascorsi ben quattro anni, il 12 aprile del 1962, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, mentre rigettava, per insufficienza dell’inquadramento urbanistico, il piano regolatore adottato dal commissario straordinario Correra alla fine del 1958, ne recepiva assurdamente il massiccio contenuto edilizio, attraverso quelle varianti su cui lo stesso Consiglio aveva espresso il proprio voto favorevole, legittimando così la “colombarizzazione” del Vomero e dell’Arenella, con indici (18,2) di metri cubi per metro quadrato da medioevo edilizio (per questa puntuale ricostruzione storica siamo riconoscenti all’ingegnere Guizzi, che ci ha reso partecipi dei suoi studi). E dieci anni dopo lo stesso Consiglio superiore cercò, truffaldinamente, di cancellare questa brutta pagina della sua storia.

Mentre nelle fertili campagne di Soccavo si mette mano ai primi lavori per la nascita del rione Traiano e la speculazione edilizia si rafforza sempre più, la situazione generale della città precipita nel baratro, con un aumento della disoccupazione e con i più elementari servizi pubblici spesso interrotti per settimane al primo piccolo incidente. E con una città di cartone, costruita sul vuoto, crolli e voragini sono eventi quanto mai frequenti.

Il Paese vive nel 1960 il difficile periodo legato ai governi Tambroni (nei quali Lauro e i monarchici giocheranno la loro partita), trascorso il quale troveremo Napoli ancora saldamente nelle mani del prefetto Correra, che nel mese di ottobre rinnova una convenzione con la Speme, una società nata per urbanizzare la collina di Posillipo, non senza averla dotata preliminarmente della quarta funicolare. Il sodalizio doveva costruire palazzine popolari per dare una casa ai pescatori e ai contadini e a tale scopo godeva anche di esenzioni fiscali e di sovvenzioni pubbliche, ma, strada facendo, realizzò parchi residenziali con rifiniture di lusso e prezzi di vendita che raggiungevano i dieci milioni a vano, fuori dalla portata dei ceti meno abbienti. La Speme riesce anche ad ottenere il permesso di raddoppiare quasi l’altezza degli edifici e in pochi anni completa sulla collina, cara agli ozi degli antichi Romani, oltre quindicimila vani. Finalmente si riesce a definire la data delle nuove consultazioni elettorali: il 6 novembre, dopo quasi tre anni di commissariamento. Un vero scandalo! La riabilitazione della figura di Achille Lauro ed una più precisa delineazione delle responsabilità nelle scelte urbanistiche dell’epoca sono ancora di là da venire, anche se già nel 1992, a dieci anni dalla scomparsa del Comandante, un primo tentativo di ricostruire la verità storica fu eseguito con onestà da tre ex avversari implacabili di don Achille: Carlo Fermariello, Massimo Caprara e Luigi Compagna, figlio di Francesco. Essi, nella Sala dei Baroni, in occasione della sua commemorazione, chiarirono i limiti delle sue responsabilità nel sacco della città ed evidenziarono chiaramente che la maggior parte delle licenze edilizie, rilasciate in quegli anni, erano state concesse dai vari commissari prefettizi, inviati periodicamente da Roma per punire i successi del Partito monarchico.