Lauro e la squadra del Napoli
Il rapporto tra Lauro ed il Napoli nasce in epoca fascista, nel 1935, ed è avvolto nella leggenda. La squadra aveva avuto un grande presidente: Ascarelli, alla cui memoria era intitolato lo stadio partenopeo. Uomo di grandi capacità, animato da una sana passione, aveva per quei tempi un grande difetto: era ebreo, di conseguenza aveva dovuto passare la mano. Un giorno, siamo nel periodo in cui il fascismo ha raggiunto il massimo consenso tra gli Italiani, il Federale della città, incontrando Lauro, gli si avvicina tutto trafelato e gli confida: “Domani debbo partire per l’Africa a servire la patria, ma prima di andare voglio affidarti la mia creatura”.

Lauro annuì e, recatosi a casa, disse ad Angelina di preparare una stanza con una culla, perché per un po’ di tempo sarebbe dovuta venire a vivere con loro la creatura…del Federale. Angelina replicò meravigliata: “Ma se non è neanche sposato!”
“Che debbo dirti, amore mio, prepariamola lo stesso, sarà forse per un figlio segreto”. Grande fu perciò lo stupore dei due quando l’indomani, di buon’ora, si videro a casa il vice del Federale, con una borsa colma di documenti, esclamare: “Vi consegno la creatura del Federale :i titoli di proprietà della società calcio Napoli”. E don Achille, mentre ancora scartabellava stupito i fogli protocollo, pieni di timbri e di bolli, si sentì richiedere un modesto contributo di trecentomila lire!(all’epoca una cifra cospicua) per accettare il regalo. Fin qui la vicenda romanzata, raccontata con garbo dalla penna di Serena Romano. Seguiranno i fatti, perché Lauro colse subito la palla al balzo, intuendo la grande importanza che può avere il controllo di una squadra di calcio nel cuore di decine di migliaia di tifosi.
Salvo un intervallo legato agli eventi bellici ed alla confusione del dopo guerra, don Achille conserverà la carica di presidente effettivo o onorario fino alla morte, per quasi 50 anni, contribuendo nella buona e nella cattiva sorte alle fortune di una delle squadre più amate del mondo. Fu più famoso del mitico Ascarelli, il primo presidente che guidò la società quando, nel 1926, si affacciò alla serie A. Presidente dal 1936 al 1940 e dal 1952 al 1954, preferì in seguito regnare da dietro le quinte come presidente onorario, agendo dall’alto attraverso persone di sua fiducia. Egli fece una gavetta come vicepresidente in un anno di transizione per la squadra, che aveva cambiato allenatore, passando da Garbutt ad un nuovo straniero l’ungherese Csapkay, nel mentre cominciava tristemente a declinare la stella di Attila Sallustro, il più grande e il più osannato giocatore del Napoli di tutti i tempi. Quello del 1934-35 fu l’ultimo campionato che vide il mitico Attila condottiero dell’attacco, infatti giocò ancora per altri due anni nel ruolo di ala destra, ma era oramai un idolo al tramonto per una folla che si era esaltata per le sue straordinarie prestazioni. Deluse rimarranno anche frotte di signore e signorine che avevano seguito con il fiato sospeso le sue scorribande sentimentali, mentre il tempo inesorabile solcava di rughe il suo splendido volto negli anni del tramonto, trascorsi come funzionario e conclusi come direttore dello stadio San Paolo a Fuorigrotta, che in questi giorni si blatera di voler dedicare a Maradona, dimenticando questo grande giocatore del passato, partenopeo purosangue, il quale, a differenza del pibe de oro, è stato sempre un modello di correttezza in campo e soprattutto fuori di esso. La società durante l’estate fu pervasa da un sacro furore di crescita, con un’impegnativa campagna acquisti, favorita dall’ingresso come soci di facoltosi imprenditori. Il presidente, l’ingegner Savarese, incalzato dal prestigio di Lauro, viene indotto alle dimissioni e comincia, con la nomina al suo posto, il lungo regno di don Achille: è il 1936. Sono gli anni in cui era entrato da poco in funzione il nuovo stadio napoletano, tra i più moderni e funzionali d’Europa. Esso mise a riposo lo stadio vomerese, sorgendo, in muratura, lì dove esisteva il vecchio campo in legno di Giorgio Ascarelli, il presidentissimo, al quale non potette essere intitolato il nuovo impianto per le sue origini ebraiche. Erano infatti gli anni in cui i pregiudizi razziali, per compiacere Hitler, entrarono, pur se tiepidamente, anche nell’accondiscendente e generoso animo napoletano. Lo stadio fu chiamato partenopeo, tra il disappunto dei tifosi, che interpretarono l’episodio come un vero affronto alla memoria del grande presidente del Napoli, da poco deceduto, la cui persecuzione proseguì purtroppo anche dopo la morte. La situazione economica della società non era brillante, ma Lauro, uomo d’azione, poco incline a compromessi e mezze misure, esordì come presidente con la frase, divenuta celebre, “O dentro o fuori, che significa stare a metà?”. Parole paradigmatiche di un indirizzo economico che caratterizzerà a lungo l’amministrazione della società.
Per il Napoli fu uno scossone, una salutare rivoluzione nel delicato rapporto tra giocatori e dirigenza. Mattia il nuovo allenatore accettò senza fiatare la lista di proscrizione impostagli da Lauro. Andarono via tutti i giocatori che avevano piantato grane, alcuni anche di valore. La classifica fu modesta e Lauro continuò nei tagli, cercando rinforzi su tutti i fronti. Anche il campionato successivo non fu particolarmente brillante ed il Comandante, infuriato, se la prese con l’allenatore che licenziò in tronco. La squadra era deludente ed entrò in crisi il rapporto con don Achille, il quale, amareggiato anche per le numerose critiche alla sua conduzione definita dittatoriale, lasciò la società nelle mani dell’ingegner Del Pozzo, mentre all’orizzonte incombevano minacciosi venti di guerra. Prima dell’infuriare dei combattimenti e della sospensione del campionato, il Napoli mestamente subirà l’onta della prima retrocessione nella serie cadetta. Durante i tristi anni del conflitto non ci sarà tempo e voglia di pensare allo sport. Sono anni di lutti, di dolore, di tessere annonarie, con la morte sempre in agguato. Cadranno in frantumi tanti sogni con la morte di tanti giovani, cadranno case e palazzi, andrà giù a terra anche il mitico stadio Ascarelli, i cui resti subiranno l’affronto di ulteriori mutilazioni, quando i Napoletani disperati ne ruberanno anche il ferro. La guerra stravolgerà non solo le mura della città, ma lascerà ferite profonde ed a lungo sanguinanti nelle carni martoriate dei Napoletani, eufemisticamente liberati… dalle orde di soldati marocchini e senegalesi, invasa dalle am-lire e costretta a sopravvivere, con contrabbandi e sotterfugi, in uno squallido scenario di sciuscià e puttane. Si troverà lo stesso il coraggio e la volontà di ripartire da zero, con gli stadi distrutti dai bombardamenti ed ogni spazio libero occupato con tracotanza dai liberatori…ai quali bisognava chiedere il permesso anche per un’innocente partita di pallone.
Nel dopo guerra le sorti del Napoli sono altalenanti e sembrarono allo sbando con la morte improvvisa per infarto del suo presidente Musolino. A gran voce si invocava il ritorno di Lauro, il quale non seppe resistere a lungo a quanti lo pregavano di tornare alla testa della navicella azzurra. Don Achille mise generosamente mano al portafoglio e acquistò numerosi giocatori, fornendo all’allenatore Monzeglio una rosa molto ricca e la possibilità di svariate soluzioni tecniche. Arrivarono in squadra Vitali e Pesaola, l’indimenticabile Petisso. Con il nuovo presidente subentrò giustamente l’euforia dello squadrone, per l’impegno profuso da Lauro, uomo politico di primo piano e sportivo entusiasta, ma quel che più conta, ricchissimo e conscio dell’importanza strategica di identificarsi con una squadra amata da centinaia di migliaia di persone. I suoi lacchè coniarono a tal proposito uno slogan efficacissimo: “Per un grande Napoli, per una grande Napoli, vota Achille Lauro numero uno di Stella e Corona”
I risultati furono gratificanti, ma il Comandante, come sempre preparava la zampata del leone: l’acquisto storico di mister 105 milioni, Hasse Jeppson. Erano i tempi di Pesaola, il valoroso Petisso, che ha fatto di Napoli la sua seconda patria .L’incontro con Lauro, l’intesa a prima vista, grazie ad una reciproca simpatia ed un amore che dura ancora. Bruno giunse in città in viaggio di nozze con la bella moglie, miss Novara, percorrerà un’ interminabile carriera, prima come calciatore, poi come allenatore, per finire come cittadino napoletano integerrimo. Superò con la sua forza di volontà gravissimi incidenti di gioco, era un coagulo di passionalità e tecnica, carattere indomito e grande umanità. Fu autore di un goal spettacolare, da antologia, i cui fantastici fotogrammi compariranno per anni nella sigla delle rubriche sportive della televisione. I tifosi napoletani impazzirono alla notizia dell’acquisto di Jeppson, mentre la stampa nazionale gridò ipocritamente allo scandalo. L’asso scandivano aveva sostituito Nordhal al comando dell’attacco della nazionale svedese, all’epoca una delle più forti al mondo. Dotato di grandi qualità tecniche, dal dribbling irresistibile ad una rara potenza di tiro anche di testa, si era messo in luce proprio contro i colori azzurri ai campionati del mondo brasiliani. Era giunto in Italia l’anno precedente acquistato dall’Atalanta, alla quale si dovettero sborsare i famigerati105 milioni, una cifra record, a lungo nel Guiness dei primati. Settantacinque milioni furono versati ufficialmente alla società orobica, mentre trenta furono pagati in Svizzera, che cominciava a trasformarsi in un paradiso dell’evasione fiscale. Tre anni splendidi, non privi però di furibondi diverbi col Comandante, che alla fine lo regalò al suo amico, il conte Lotti. Divenne rapidamente un divo, casa di lusso al viale Elena ,matrimonio da favola con Emma, giovane bella e soprattutto ricchissima, assidua frequentazione dei circoli nautici più esclusivi e porte aperte nelle splendide ville posillipine dei potenti della città. Lauro si conquistò nel cuore dei tifosi una storica ed imperitura benemerenza, mentre l’allenatore Monzeglio, avendo a disposizione uno dei più forti centravanti europei, riuscirà ad ottenere il quarto posto in classifica, la seconda miglior prestazione mai ottenuta fino ad allora dal “Ciuccio”.
Nel successivo campionato il portiere Bugatti e Posio conquistano la maglia della nazionale, anche se Lauro è costretto ad intervenire energicamente per ristabilire l’ordine nello spogliatoio dove erano scoppiate infantili rivalità. I goal dell’asso svedese sono spesso spettacolari, ma il Napoli non riesce mai a combattere per le prime posizioni, riserva di caccia dei club del ricco nord. Lentamente declina anche la stella di Amadei e si avverte la necessità di un nuovo fenomeno da affiancare a Jeppson .E questo nuovo astro arriverà dal Brasile, dalla gloriosa squadra del Botofago; si chiamerà Louis de Menezes Vinicius, ma per i tifosi sarà semplicemente Vinicio, anzi per meglio dire “O lione” per la irruenta foga con cui si divincolava dagli avversari in area di rigore.

Nativo di Belo Horizonte, divenne rapidamente una leggenda ed ancora oggi, a distanza di decenni ha un posto stabile nel cuore dei napoletani.
Il suo matrimonio fu da favola, ripreso da tutti i rotocalchi. Compare di nozze naturalmente Achille Lauro, splendida la cornice: la superba chiesa di San Francesco di Paola. Una folla simile a Napoli non si vedeva dalle nozze di Umberto di Savoia con Maria Josè.
I compagni si affrettavano a passargli la palla e la folla entusiasta lo accompagnava con il suo urlo fin sotto la rete avversaria. Molte partite sono rimaste memorabili per i suoi goal e le sue azioni irresistibili, che facevano esaltare i tifosi, i quali durante la settimana amavano rievocare le gesta del loro beniamino. Purtroppo la coesistenza con Jeppson, che avrebbe potuto regalare al Napoli il primo scudetto, si rivelò impossibile. Erano due giocatori straordinari, ma di temperamento e di scuola agli antipodi: freddo e calcolatore lo svedese, esuberante e pieno di vitalità il brasiliano. Ai differenti caratteri si associava poi la diversità linguistica, che produceva spesso equivoci. Erano gli anni delle frequenti invasioni di campo da parte di tifosi esasperati dalle decisioni arbitrali, che provocavano alla squadra pesanti squalifiche, rese ancora più severe perché Lauro, per invidia ed ostilità politica, non godeva di simpatia presso gli organi federali. Dopo un’ennesima pesante squalifica lo stadio del Vomero fu dotato di un’ampia recinzione, che lo faceva tristemente somigliare ad una gabbia di leoni o ad un moderno Colosseo, animato dalle gesta di moderni gladiatori in lotta per la conquista della palla. A quel periodo appartengono storiche vittorie, come la doppia sconfitta inflitta alla Juventus stellare di Sivori e Charles, a lungo campione d’Italia, ma umiliata quell’anno tre a uno a Torino e quattro a tre al Vomero. Monzeglio era un allenatore abilissimo, ma per tutti viene il momento dell’addio. La familiarità che si era instaurata tra lui ed i giocatori gli aveva fatto perdere autorità e la disciplina ne soffriva, tanto da provocare una vera e propria congiura contro di lui. Egli non tollerava discussioni sulle sue scelte tecniche, neanche da parte del Comandante e questa cocciutaggine provocherà il suo licenziamento. Lauro era il primo dei tifosi e come questi volubile, in cuor suo avrebbe preferito Amadei come allenatore ed alla prima occasione propizia licenziò in tronco il vecchio gentiluomo piemontese, dando luogo all’originale figura dell’allenatore-giocatore. Amadei, a differenza del suo predecessore penderà dalle labbra del suo padrone, consultato quotidianamente alle prime luci dell’alba nella sua villa di via Crispi; ascolterà, sottomesso, di gioco , uomini, tattica, avversari. Si affiderà ai guizzi ed alle irresistibili serpentine di Vinicio, ai suoi dribbling ed alla capacità, più volte dimostrata, di mettere K.O. da solo anche le squadre più forti. Il brasiliano segnerà carrette di goal, classificandosi secondo nella classifica dei cannonieri, che riuscirà a vincere, con altra casacca, alla veneranda età di trentasette anni. Amadei otterrà anche un quarto posto, ma Lauro si aspettava di più e gli consegnò il benservito assumendo Frossi, il famigerato” dottor sottile”, il quale portò a Napoli, oltre ad una disciplina ferrea, il suo ben noto catenaccio. Il nuovo allenatore poteva vantare un pedigree di tutto rispetto, ma la fortuna non gli fu alleata e don Achille diede, convinto, la colpa alle lenti nere che il mister portava giorno e notte. Nel frattempo il Napoli lasciò il glorioso stadio del Vomero per trasferirsi al San Paolo, un impianto modernissimo da 100.000 posti adeguato allo straripante entusiasmo della folla partenopea. Il primo scontro contro i campionissimi della Juventus; era il 6 dicembre 1959, vittoria beneaugurante degli azzurri. Il nuovo stadio riuscì ad arginare il vergognoso fenomeno della caccia all’arbitro da parte della teppaglia più facinorosa. Leggendario il salvataggio da parte di Lauro in persona del direttore di gara De Marchi: catturato dalla folla inferocita fu liberato dall’oratoria del Comandante all’apice della fama:”Fitient e merda iatevenn e case vostre”. Nonostante i cambi continui di allenatori ed un parco giocatori tutto sommato dignitoso, il Napoli conosce l’onta della retrocessione in serie B. In squadra ci sono giocatori di rilievo nazionale, dal portiere Bugatti agli attaccanti Pivatelli e Gratton, ma le sconfitte sono continue. Si è rotta l’armonia nella società e le quotazioni di Lauro presidentissimo azzurro calano vertiginosamente. Ogni partita è un corteo di fischi, frutto anche della mutata situazione politica della città. Si chiama alla guida della squadra Attila Sallustro, una illustre bandiera, sperando che possa rappresentare uno stimolo per tutti, ma purtroppo si precipita verso il baratro giorno dopo giorno. Si pagano gravi errori nella conduzione tecnica, tra cui la rinuncia ad un giocatore come Vinicio, frettolosamente giudicato finito, il quale, viceversa, giocherà ancora per molti anni ad altissimo livello, vincendo trentasettenne la classifica dei capo cannonieri. E la partenza di Vinicio rappresentò per Lauro un dolore continuo, che si riacutizzava al racconto dell’eroiche gesta del suo figlioccio. Mal consigliato, ripeteva continuamente sconsolato: “Mi avevano detto che era finito, che strunz so’ stato”. Il Comandante aveva speso in dieci anni oltre due miliardi, per trovarsi con la squadra in serie B e con un gruppo di giocatori del valore di nemmeno duecento milioni. Ma non si dà per vinto, mette la mano al portafoglio e prepara uno squadrone, che affida a Baldi, un allenatore famoso per aver traghettato più di una squadra dall’inferno della serie cadetta al paradiso della serie A. Nonostante i rinforzi l’inizio del campionato è disastroso e la squadra si trova a combattere per non retrocedere in serie C (Anche i nostri padri hanno sofferto!). Baldi, inascoltato dai giocatori, chiede sconfortato di essere sostituito. Il Comandante, in una caotica riunione a casa sua con i più stretti collaboratori, decide di correre ai ripari. Convoca Pesaola , il quale stava imparando il mestiere di allenatore al timone di una compagine di serie D e gli affida fiducioso il comando del Napoli. Il Petisso dà la carica alla squadra, istaurando un clima di concordia tra i giocatori. Le vittorie cominciano a fioccare e nell’ultima partita, vincendo per uno a zero a Verona, nella tana dei leghisti ante litteram, il Napoli conquista la sospirata promozione. Residuerà una coda di velenose polemiche, con l’accusa, mai dimostrata, di corruzione del portiere avversario da parte di alcuni tifosi partenopei. Ma la permanenza in A sarà di breve durata. Il San Paolo diventerà terra di conquista anche da parte delle provinciali, ansiose di dimostrare a giocatori milionari come si gioca con impegno. Lo stadio ,ritenuto inespugnabile, grazie al medioevale fossato di protezione, sarà violato dai tifosi inviperiti, che ,con furbizia, supereranno l’ostacolo con l’ausilio dei tabelloni pubblicitari abbattuti, i quali fungeranno da passerella verso l’arbitro…
I danni saranno ingenti, con decine di feriti e centinaia di milioni distrutti in pochi minuti. Non ci sarà giorno più nero nella storia del Napoli ed anche per Lauro il calo d’immagine sarà devastante, con una perdita di voti di tipo emorragico. La sua lista, abituata a maggioranze assolute schiaccianti, raggiungerà un misero 11%. La situazione societaria divenne estremamente caotica e Lauro, amareggiato, fece capire chiaramente che si era stancato di continuare a sopportare da solo il peso della squadra. In tutti questi anni il presidente del sodalizio era stato Alfonso Cuomo, un industriale conserviero, ma egli era semplicemente un prestanome, perché tutte le decisioni venivano prese dal Comandante. Dalla barca che affonda scappa anche don Achille, la situazione della società è disperata. Il prefetto viene interessato dal governo a cercare una soluzione e si crea una diversa struttura proprietaria. Nasce così la prima società per azioni nel mondo del calcio, largamente in anticipo sulle norme federali, con un capitale nominale di 120 milioni così suddiviso:40% a Lauro, 22% a Corcione, un costruttore e 34% a Roberto Fiore, che sarà per un breve periodo presidente del Napoli. Nella nostra città giunsero due grandi giocatori: Sivori ed Altafini, grazie all’interessamento di Lauro, il quale convinse Agnelli a svendere l’asso argentino in cambio di un contratto per la fornitura dei motori di due transatlantici gemelli. I due funamboli fecero impazzire la folla che rimpinguò le casse del Napoli, battendo ogni record nazionale di abbonamenti: oltre un miliardo. Un quarto posto e l’anno successivo addirittura secondi alle spalle del Milan. Mentre la squadra finalmente raccoglie lusinghieri successi sul campo, la società soffre di rivalità e lotte interne. Il presidente Fiore, messo in minoranza dal gruppo laurino è costretto a rassegnare le dimissioni. Il 17 dicembre 1967 lascia il suo posto a Gioacchino, il figlio terribile di don Achille. Egli condurrà una gestione paternalistica, sotto l’ala protettrice del padre-padrone, con il portafoglio sempre pronto e, quando non bastava, con il libretto degli assegni. “Premi e stipendi saranno sempre garantiti, nessuna preoccupazione economica” soleva ripetere fino alla noia. Arriveranno grazie a lui grandi giocatori come Claudio Sala e Barison ed in porta il plurinazionale Dino Zoff.
Gioacchino seppe instaurare un buon rapporto con i giocatori che appestava benevolmente negli spogliatoi dopo la partita con i suoi inseparabili sigari cubani, procurati per lui dal fornitore personale del” Lider maximo”, il barbutissimo Fidel. Un male incurabile lo stroncò ancora giovane, con un solo rimpianto: non aver regalato lo scudetto al meraviglioso pubblico napoletano. Dopo un breve interregno di Antonio Corcione, si prepara a comparire sulla scena la figura di un giovane ingegnere, costruttore, amante delle auto velocissime e stregato dal calcio: Corrado Ferlaino. Il suo impero durerà 33 anni e finalmente porterà lo scudetto, ben due volte, all’ombra del Vesuvio. Seppe conquistarsi la presidenza con abilità, in un consiglio dove due fazioni, una favorevole a Lauro e l’altra contraria, si contendevano la presidenza. Il rappresentante del Comandante, l’avvocato Diamante, gli diede fiducia, perché a don Achille era piaciuto quel giovane così deciso. Ferlaino riuscì a procurarsi il pacchetto azionario di Corcione e poi anche quello di Fiore. Rocambolesco l’acquisto della quota in possesso della vedova Corcione, abitante ad un settimo piano. Mentre Fiore saliva comodamente in ascensore, l’ingegnere, memore del suo passato di atleta, percorrendo di corsa le scale, arrivò per primo e concluse l’affare. Lauro non avrà più da quel momento una posizione di rilievo nella società, rimarrà presidente a vita, ma il destino del Napoli rimarrà saldamente nelle mani di Ferlaino, il quale, tra i tanti meriti, porterà nella nostra città Diego Armando Maradona, i cui magici piedi faranno letteralmente impazzire i tifosi.
Lauro ha senza dubbio segnato un’epoca. Di lui non si può non ricordare la grande personalità. A lui si deve lo stimolo per la costruzione dello stadio San Paolo. Ebbe sempre grande personalità e seppe sempre porsi davanti ad uomini e fatti, nella buona e nella cattiva sorte, con grande determinazione. Nella sconfitta conservava sempre una grande dignità. Ha vissuto la vita del calcio Napoli per oltre 40 anni con risultati alterni, ma sempre con la stessa passione. Aveva una visione romantica del calcio, non solo come fatto tecnico, ma soprattutto come spettacolo per il pubblico che fa grandi sacrifici economici per andare allo stadio. Acuta ricostruzione storica di un testimone d’eccezione, l’ingegnere Corrado Ferlaino, presidente del Napoli per oltre 30 anni, l’uomo degli scudetti e di Maradona. Il 17 maggio 1942 è la data di un episodio unico negli annali del calcio. Il vecchio e glorioso stadio Ascarelli, ignaro del tremendo bombardamento dell’anno successivo che lo avrebbe ridotto ad un cumulo di macerie, assistette ad una memorabile sfida tra portieri, i quali erano fratelli e vestivano casacche diverse. Le squadre, il Napoli ed il Modena, i due estremi difensori a confronto, Sentimenti II e Sentimenti IV. Viene assegnato un rigore decisivo, ma nessuno degli attaccanti se la sente di sfidare Sentimenti II, che si era conquistato una leggendaria fama di “ammazzarigorista”, parando consecutivamente 12 penalty, tirati da specialisti famosi, tra i quali: Frossi, Meazza e Piola. Dall’altra parte del campo si fa avanti allora l’altro portiere, il fratello Sentimenti IV, che dopo una breve rincorsa, novello Caino, trafigge il germano con un tiro all’incrocio dei pali, interrompendo una imbattibilità giustamente divenuta mitica. Era lo stesso Lauro a raccontare spesso questo irripetibile scontro, rimembrando tempi eroici, quando gli allenamenti erano quasi quotidianamente interrotti dal lugubre suono delle sirene e la vita di tutti era legata ad un filo. Sentimenti II, “Cherry”, per i tifosi, è stato uno dei più grandi portieri italiani di tutti i tempi, ma aveva un carattere litigioso, tanto da venire varie volte espulso, evenienza rarissima per un portiere. In uno di questi casi gli viene decurtato il premio di partita: mille lire, una cifra cospicua a quei tempi, quando si sognava e si cantava di poterle avere.. una volta al mese. Sallustro chiede ai dirigenti di poter rinunciare al suo premio in favore del compagno e questi, colpiti dalla sua generosità, perdonano il gesto d’intemperanza del portiere e gli assegnano il premio che gli spettava. Una favola d’altri tempi, quando l’amicizia prevaleva sul denaro.
L’epopea dell’ammiraglia “Achille Lauro”
L’arresto di Abu Abbas , il capo del commando che dirottò la nave “Achille Lauro” ha fatto tornare di attualità un episodio che fece parlare a suo tempo per molti giorni i giornali di tutto il mondo, tenendo freneticamente impegnati, nelle trattative per il rilascio degli ostaggi, i potenti della terra. La cattura è avvenuta nel corso della recente invasione dell’Irak da parte delle truppe anglo-americane, che sono riuscite fortunosamente a mettere il sale sulla coda al temibile terrorista, latitante da quasi vent’anni, grazie alla protezione di Saddam Hussein. Il piroscafo “Achille Lauro”, dai due spettacolari fumaioli blu con stelle bianche, era il vanto della flotta e, morto il suo padrone, ne portava con onore in giro per il mondo il suo nome, perpetuando un’epopea ineguagliabile. Un vero e proprio vanto per la marineria campana e nazionale. 24000 tonnellate di stazza, 200 metri di lunghezza, dotata di tutti i comfort era conosciuta in ogni angolo della terra come la “Nave blu”. Una crociera su questa superba nave rappresentò il sogno segreto di più generazioni. Il 7 ottobre del 1985, mentre lo spettacolare transatlantico conduceva un congruo numero di passeggeri a spasso piacevolmente per il Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, venne dirottato da un commando del “Fronte di liberazione della Palestina”. Dopo ore di terrore per i 201 crocieristi ed i 344 uomini di equipaggio e di fiato sospeso per le loro famiglie in ansia, le frenetiche trattative diplomatiche si concludono felicemente grazie all’intercessione delle autorità egiziane, dell’Olp e dello stesso Abu Abbas, che convince i terroristi alla resa in cambio della promessa dell’immunità. Due giorni dopo si scopre che a bordo è stato ucciso un cittadino americano Leon Klinghoffer. Questo episodio scatena la reazione degli Stati Uniti, i quali mettono in allerta l’aviazione e seguono la situazione attraverso i loro sofisticati sistemi di ascolto segreti, quali Echelon, in grado di ascoltare qualsiasi conversazione in qualunque parte del globo. L’11 ottobre degli aeroplani caccia statunitensi intercettano l’aereo egiziano, che sta conducendo in Tunisia i membri del commando di dirottatori e lo stesso Abu Abbas e lo costringono a dirigersi verso la base di Sigonella, in territorio sottoposto alla sovranità italiana. Nella base siciliana i carabinieri, schierandosi coraggiosamente attorno all’aereo, impediscono alla Delta Force di catturare i palestinesi. L’ordine di far rispettare il diritto internazionale venne dal Presidente del Consiglio Craxi, interrompendo una perpetua consuetudine a calarsi le brache davanti ai diktat americani. Il premier seppe resistere dignitosamente all’ingiustificata ingerenza della Casa Bianca e fece scoppiare la più grave crisi diplomatica del dopo guerra tra l’Italia e gli Stati Uniti. Paradossale e densa di pericolo la situazione che viene a crearsi con i carabinieri che circondano l’aereo egiziano, i marines che circondano i carabinieri, mentre un terzo cerchio con avieri ed altri carabinieri circonda i primi due. Alla fine fortunatamente gli Americani rinunciano alla legge del cow-boy e si adeguano alle norme del diritto internazionale. Un velivolo, stavolta jugoslavo, prende in consegna Abbas, mentre i quattro terroristi vengono rinchiusi nel carcere di Siracusa. Saranno condannati a pene severe, che sconteranno in Italia. Dopo pochi giorni, grazie ad intercettazioni dei servizi segreti israeliani, si avrà la certezza della colpevolezza di Abbas, il quale verrà condannato all’ergastolo in contumacia. La fermezza con cui i nostri politici condussero le trattative portò alcuni di essi in disgrazia per la subdola vendetta degli Americani, in particolare hanno pagato negli anni successivi Bettino Craxi e Giulio Andreotti, all’epoca rispettivamente: Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri. “Il piano dei dirottatori era, una volta impossessatisi della nave, di raggiungere un porto militare israeliano, sparare ai soldati, ucciderne il più possibile e scappare poi in Libia. La situazione si svolse poi diversamente e la colpa fu di Abu Abbas”. Così almeno riferisce Omar Ahmad, uno dei dirottatori, che ha scontato la sua pena in un carcere del nostro Paese. Alla conclusione all’italiana della vicenda non furono certamente estranei accordi segreti tra emissari del nostro governo e le centrali del terrorismo internazionale, le quali assicurarono che per un po’ di tempo sul nostro territorio non si sarebbero svolte azioni terroristiche significative Il canto del cigno per la superba quanto sfortunata ammiraglia si verificò il 2 dicembre 1994, quando, nei pressi delle isole Seychelles, mentre era in viaggio di crociera, si inabissò con tutto il suo carico, dopo aver vanamente lottato per due giorni contro un furibondo incendio divampato nella sala macchine. Una terribile agonia con pochi superstiti prima di chiudere per sempre i conti con il mare. I morti furono tanti e non meno le polemiche, perché i motivi del naufragio furono poco chiari sin dall’inizio e non riuscì a fugarli la commissione d’inchiesta, istituita dal Ministero dei Trasporti, che lavorò a lungo senza riuscire a dirimere con certezza le circostanze a dir poco misteriose in cui si compì la tragedia. La commissione concluse le sue indagini archiviando il disastro, attribuendo al caso fortuito la causa scatenante l’affondamento della nave. Un’associazione di marittimi e familiari delle vittime, coordinata dal signor Lelio Marinò, diede a lungo battaglia, invocando l’intervento della magistratura e lanciando pesanti accuse al comportamento, a loro parere, spregiudicato dell’armatore Gianluigi Aponte, che venne messo sotto accusa dai marittimi, anche per i suoi rapporti poco chiari con il fisco. Si paventava a gran voce lo spettro di un nuovo caso Ustica con una serie d’interrogazioni parlamentari, tavole rotonde, trasmissioni alla radio ed alla televisione, articoli sui principali giornali italiani e stranieri. Finalmente la magistratura si interessa con impegno alla vicenda e chiude la fase istruttoria con tre rinvii a giudizio, con capi d’accusa inquietanti. Alla sbarra due ufficiali ed un sottoufficiale, i capi d’imputazione :incendio e naufragio colposo. Appuntamento il 5 aprile 2003 davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Napoli. Comunque finisca questa penosa vicenda nulla toglierà alla leggenda di un transatlantico, che ha navigato a testa alta per i sette mari ed ha portato in giro con onore il nome di Achille Lauro, il più grande armatore del secolo.

La motonave: “Achille Lauro”, l’ammiraglia della flotta
Aneddoti sulla nave “Achille Lauro”
Mi ero da poco laureata in arabo ed il mio primo lavoro fu a bordo della nave “Achille Lauro”, dove avevo il compito di accompagnare i turisti nelle escursioni a terra. Quel giorno fatale mi trovavo a bordo e quando mi si parò innanzi un terrorista con il suo kalashnikov, mi sentii morire dalla paura. Tutti i passeggeri furono radunati nel salone degli arazzi , dove ho assistito a scene che non si dimenticano: vidi gente tremare, piangere, pregare e qualche ufficiale nascosto sotto le poltrone. Dopo le prime ore di panico, si creò con i dirottatori un’atmosfera più serena ed alcuni passeggeri, dei napoletani, per trascorrere il tempo, addirittura, giocarono a carte con i terroristi. La mia conoscenza dell’arabo mi trasformò in tramite tra gli uomini del commando ed il personale. Fu la mia prima ed ultima esperienza a bordo di un piroscafo. Testimonianza di Lucy Noura Cecere Korsch, una giovane e bellissima laureata in arabo, che lavorava come hostess a bordo della nave al momento del dirottamento. Oggi lavora presso una casa editrice ed ha chiuso con gli studi sul mondo arabo, ma soprattutto con le crociere. Il sequestro andava avanti da alcuni giorni ed i terroristi avevano già ucciso un passeggero e minacciavano di ucciderne altri, l’atmosfera era tesa ed un uomo del commando mi seguiva come un’ombra. Era chiaro che la liberazione dei 50 palestinesi, detenuti nelle carceri israeliane, non sarebbe mai avvenuta e si temeva l’irreparabile, perché i dirottatori avevano minacciato di far saltare in aria la nave; allorché successe un evento che io giudico un miracolo. Navigavamo non lontani dalle coste della Siria, quando all’improvviso un uccello molto grande si posò sul mio braccio e fissò torvo i terroristi, i quali si spaventarono moltissimo, perché gli uccelli sono considerati messaggeri di Allah, di conseguenza giudicarono che lo stesso Allah avesse indicato nel comandante la persona a cui obbedire. Da quel momento non vi furono più violenze e dopo poco intervenne la resa. Il racconto è di Gerardo De Rosa, il coraggioso comandante della nave , originario ed abitante a Gragnano, che seppe condurre con abilità le trattative con i dirottatori, dimostrando in più di un’occasione una notevole dose di sangue freddo e grandi capacità diplomatiche. Sono un soldato, non un delinquente, ho compiuto un’azione di guerra e come tutti i militari, anche se catturati, sarei dovuto tornare in libertà alla fine della guerra. Le cose dovevano andare diversamente da come si conclusero, ma la colpa non è mia, né di Abu Abbas. Noi ci arrendemmo soltanto perché ci venne assicurato che saremmo stati liberi di raggiungere un paese neutrale, invece fummo traditi. Sono le amare constatazioni di Maged Joussef Al Molky, detenuto modello nel penitenziario di Spoleto, dove sta scontando una condanna a trent’anni di carcere, perché ritenuto colpevole dell’uccisione, nel corso del dirottamento della “Achille Lauro” , del cittadino americano Leon Klinghoffer. A bordo dell’ammiraglia “Achille Lauro” si svolgevano feste da mille e una notte, con canti, balli e sfrenati cotillon, che duravano fino all’alba. Fiumi di liquori e champagne creavano la giusta atmosfera in cui sbocciavano amori che sarebbero durati un giorno o tutta la vita. Roba da fare invidia ai passeggeri del mitico Titanic. La cucina era scelta e raffinata, ma un piccolo incidente può sempre capitare. Due ricchi americani, lui sessantenne panciuto, calvo e straricco, lei, metà di peso e di età del compagno, in compenso popputissima da far invidia alla Loren, siedono romanticamente consumando una cenetta a lume di candela. John pensa a come metterà a frutto il brodo di tartaruga ed i crostacei, notoriamente afrodisiaci, mentre Mary già indossa con la fantasia gli splendidi abiti che si farà regalare dopo aver gettato ai bordi del letto i suoi. All’improvviso un urlo: “Cameriere!!!”
Trafelato il maitre accorre al tavolo del cliente e, con meraviglia e stupore, si avvede della presenza nel cucchiaio del miliardario texano di uno scarafaggio, immobile per annegamento, ma pur sempre scarafaggio; non per il cameriere, il quale, con encomiabile prontezza di riflessi e spirito di sacrificio esclama: “Ma si tratta soltanto di una cipolla nera, una qualità speciale da noi importata dal lontano Oriente, guardi la mangio io senza problemi per rassicurarla”. Eliminato il corpo del reato, John si convinse, chiese scusa al cameriere e gli elargì una mancia cospicua. Questo gustoso episodio, sembra una barzelletta ma è la pura verità, ci è stato narrato da Antonio Scagliola, oggi grafico di successo, all’epoca tipografo sulla “Achille Lauro”.
Le nuove elezioni amministrative
Prima di affrontare il capitolo delle nuove elezioni, l’occasione di rivincita che Lauro aspetta ansioso da quasi tre anni, bisogna spendere qualche parola sulla grave crisi politica che attraversa l’Italia durante i due governi Tambroni. Tutto comincia nel mese di marzo del 1960, quando il presidente Gronchi affida il primo incarico a Tambroni, dopo la caduta del governo Segni, al quale i liberali hanno tolto il loro sostegno. Il presidente incaricato cerca prima di formare un gabinetto orientato verso i socialisti di Nenni, ma fallita la trattativa, annuncia che formerà un semplice monocolore con appoggio esterno. Questo appoggio lo può avere solo a destra dai monarchici, che contano venticinque voti o dai missini che ne contano ventiquattro. Nel frattempo Partito nazionale monarchico e Partito monarchico popolare sono confluiti in una nuova formazione il Pdi (Partito democratico italiano), nel quale si esprimono pareri diversi. Alcuni parlamentari ritengono che la situazione politica è oramai giunta all’ultima spiaggia e rifiutare l’appoggio (che daranno in quattro) significa arrendersi all’avanzata delle sinistre, ma Lauro pregusta già il momento in cui potrà vendicarsi di Tambroni, urlandogli in faccia il no del suo partito. Vuole vederlo nella polvere e non ascolta nessuno, tanto meno il consiglio più possibilista di Covelli. Tambroni si fa allora appoggiare dai missini, ma senza successo, come fallisce dopo pochi giorni anche il tentativo di Fanfani, che cerca viceversa di varare un governo sostenuto dai nenniani.
E’ uno stillicidio, di nuovo a Tambroni viene conferito l’incarico e questa volta, anche se di stretta misura, ottiene la fiducia con l’appoggio del Movimento sociale. Purtroppo la tensione nel Paese sale per la fortissima opposizione della classe operaia ed infine, a Genova, ove è previsto il congresso del Msi, viene messo in atto lo sciopero generale, scoppiano tafferugli con furiosi scontri con la polizia che, costretta o comandata, spara provocando alcuni morti. I missini tolgono l’appoggio ed il governo Tambroni cade, nella polvere, come anelava Lauro, che freme di gioia. Di nuovo l’incarico viene affidato a Fanfani e questa volta il “cavallo di razza” ottiene, il 6 agosto, la fiducia, inaugurando gli anni della formula di centro-sinistra. In questo clima politico avvelenato, si svolgono a fine anno le tanto attese elezioni comunali. Lauro spera in un grande successo, che sarà solo parziale, anche se rispetto alle politiche del ’58 vi sarà un aumento di quarantamila voti. Il plebiscito di quattro anni prima non si ripete, ma i monarchici, ora con la sigla del Pdi, conquistano la maggioranza relativa con 206.000 suffragi, di cui 152.000 di preferenza al capolista e 30 seggi, mentre la Dc ne conquista 21 ed i comunisti 19.
Lauro di nuovo invita i democristiani a partecipare alla formazione della giunta, ma nuovamente questi si trincerano dietro la formula di volere esercitare, per rispetto al responso delle urne, unicamente un ruolo di minoranza. Alla sala dei Baroni vanno a vuoto le prime tre elezioni che richiedono il 50% dei voti e Lauro sarà eletto sindaco solo nella seduta del 20 dicembre, quando è sufficiente la maggioranza relativa. La mancata intesa con le forze cattoliche farà sì che, quando dopo pochi giorni si eleggerà il presidente democristiano alla provincia, i monarchici si rifiuteranno di votarlo, compendiando nella frase del consigliere Gioacchino la loro decisione: “Non avete voluto votare papà al Comune e adesso noi non votiamo il vostro presidente, così stiamo parapatta e pace”.
Lauro è ben più debole del passato e la sua giunta fatica a lavorare senza adeguate risorse finanziarie, anche se una boccata di speranza giunge da una mozione approvata all’unanimità dal consiglio comunale, che invoca come sempre una legge speciale, munifica ed articolata nel tempo.Purtroppo anche il Napoli retrocede in serie B, mettendo in ambascia le schiere dei suoi tifosi, molti dei quali sono anche tifosi del Comandante.
Nel frattempo pure in Sardegna non si è riusciti a conseguire gli splendidi risultati ottenuti con lo “sbarco ” del 1957. Il colpo di grazia il 5 giugno, quando il consiglio comunale boccia il bilancio costringendo sindaco e giunta alle dimissioni. Mentre s’intensificano i fenomeni di trasformismo e comincia una “campagna acquisti”da parte della Dc, il 14 luglio Lauro viene di nuovo eletto sindaco, sempre coi soli voti del suo gruppo, ma oramai le giunte sono sempre più deboli ed impotenti ad assumere iniziative di ampio respiro. Stanno per incominciare le “trasmigrazioni” che caratterizzeranno forse il periodo più nero della recente storia della città: i voltagabbana preparano armi e bagagli per passare sotto nuovi padroni. Le prime fughe avvengono nel consiglio provinciale, dove i monarchici sono in minoranza e perdono quattro dei loro consiglieri, tra i quali Ludovico Greco, deputato ed eminenza grigia del Comandante. Essi vanno a rafforzare le forze che lavorano per l’elezione di un nuovo presidente: Antonio Gava, che principierà, sotto l’ala protettiva del padre Silvio, dallo scranno più alto della Provincia, la sua portentosa carriera politica fino alle più alte cariche dello Stato; per poi diventare (anche se per un breve periodo) un illustre ospite, con vitto e alloggio a carico dello Stato…
Da poco anche Bruno Romano aveva lasciato Lauro e si era attivato per riorganizzare il Partito socialdemocratico. Napoli, come sempre, è in controtendenza rispetto al governo centrale (una situazione tra l’altro simile a quella odierna) ed a Roma si cerca di agire lavorando, con lusinghe e minacce, sull’entourage di Lauro, costituito da personaggi che debbono ricorrere quotidianamente per la loro attività alle banche o alla Cassa per il Mezzogiorno, tutte istituzioni saldamente in mani democristiane, i cui rubinetti si aprono e si chiudono secondo il volere dei notabili locali ed alle cui procaci mammelle tutti anelano di avvinghiarsi.
l tradimento dei “sette puttani”
Tra i trenta consiglieri monarchici alla sala dei Baroni un gruppetto aveva fatto capire che era pronto a dimettersi per costituire una nuova fazione autonoma, per la quale era anche pronto il nome: Rinnovamento sociale. Ispiratore della congiura l’onorevole Foschini, che da tempo si era dichiarato indipendente. Lauro, avendo sentito puzza di bruciato, convoca i sospettati e chiede un atto pubblico di fedeltà. E qui il tradimento si accoppia alla più odiosa ipocrisia. Mentre Muscariello, alla vista di Lauro, davanti a decine di testimoni s’inginocchia baciandogli i piedi e promettendo “fedeltà incrollabile”, Giuseppe Del Barone, ineffabilmente spergiura: “Dopo 17 anni di attività politica monarchica sono più che mai al Suo fianco per le fortune di Napoli e delle comuni idealità” Ma sono tutte spudorate menzogne. Il 12 settembre Giovanni Gatti, segretario del partito, che nel frattempo si è trasformato in Pdium (aggiungendo il suffisso “um”: unità monarchica), riceve la lettera di dimissione dei sette traditori che sono: Corrado Arenare, Ugo Cozzolino, Vincenzo Cito, Filippo Dell’Agli, Giuseppe Del Barone, Giuseppe Muscariello e Luigi Wolf. L’intenzione manifestata quella di formare una nuova giunta, anche se minoritaria, con la Democrazia cristiana. Il direttore del “Roma” Alberto Giovannini spara con violenza sui voltabandiera, fustigandoli di epiteti in uno storico articolo dal titolo “I sette puttani” che sarà ripreso da tutta la stampa italiana con eco anche all’estero. Sono parole di fuoco pure contro un modo di comportarsi che umilia il sistema democratico relegandolo a “regime dei peggiori”, quando avalla e incoraggia il trasformismo dei traditori, destinati in consiglio comunale a rappresentare poco più di un numero, come quello portato dagli ergastolani e come questi saranno condannati a vivere nell’ombra. Il loro tradimento farà cadere Lauro, ma non si riuscirà a formare una nuova giunta, per cui per Napoli, quasi una maledizione, si riapre un triste periodo di commissariamento e d’immobilismo. Pubblicato a nove colonne il 13 settembre 1961 sulla prima pagina del “Roma”, il quotidiano di proprietà del Comandante, all’indomani del tradimento di sette consiglieri, che passarono dal Partito monarchico alla Democrazia cristiana. Di questo editoriale leggendario presentiamo qualche stralcio per evidenziare il clima politico infuocato dell’epoca. Oggi la DC esulta per quanto è avvenuto nel Consiglio comunale di Napoli (e “Il Mattino” si fa portavoce di tale esultanza) dove ben sette consiglieri hanno seguito l’esempio dell’ineffabile onorevole Foschini, il Fregoli della politica napoletana! Cosa significa questo: forse l’improvvisa validità della politica democristiana che i folgorati dalla Grazia hanno per anni condannata, combattuta schifata in Parlamento e in piazza, nei pubblici comizi e negli impegni assunti con gli elettori?
No! Essi, che andarono a Lauro e all’ideale monarchico quando l’uomo e l’ideale sembravano marciare col vento in poppa, guidati dall’istinto che guida i polli verso il becchine e i topi verso il formaggio, oggi vanno alla Democrazia cristiana nella precisa convinzione di trovare più facile becchime e più abbondante formaggio. Fame di posti e ambizione di cariche sono alla base di queste troppo facili crisi di coscienza, sono gli assessori squillo, i consiglieri squillo che si offrono sulla pubblica piazza al migliore offerente. Perché meravigliarsi che il condirettore del “Il Mattino”, inforcato il cavallo di Orlando, scende in lizza a visiera alzata per difendere “I magnifici sette” del tradimento. E avverte allarmatissimo che i poveri trafughi sono in pericolo per colpa dei pretoriani del” Roma” incitanti al linciaggio, dal momento che il “Roma” ha rivelato gli sporchi retroscena, di cui i Sette sono stati protagonisti, sotto il titolo “Traditori al muro”. Non fateci ridere! Crede davvero “Il Mattino” che valga la pena trasformare un pugno di fetenti con la recidiva in vittime? C’è un solo muro infatti per soggetti come loro: quello della vergogna. Che essi del resto ben conoscono in quanto è il medesimo muro del pianto, dell’adulazione e dei giuramenti, al quale ieri, oggi, domani, sempre trascinavano trascinano e trascineranno le loro a ambizioni e i loro appetiti. E questa sarebbe la democrazia, questo il sistema per allargare le basi della democrazia stessa!? Se questa è democrazia, diciamolo alto e forte, è una democrazia di puttani e di lenoni, pronti i primi a prostituire, con se stessi, i voti, le speranze, i diritti di quanti -col loro suffragio- li investirono di un mandato, e pronti i secondi ad approfittare della disonestà altrui per trarne vantaggi immediati.
Possiamo affermare con tranquillità di coscienza che il sistema è marcio e la situazione politica in sfacelo. E si tratta, innanzi tutto , di sfacelo morale. Non è la situazione di questo o quel partito che preoccupa, è il metodo che indigna e dimostra che la democrazia, così come è concepita oggi in Italia, è veramente il regime dei peggiori. Un regime che oltre a fondarsi sulla demagogia ed a sollecitare gli istinti peggior delle masse, giustifica il trasformismo dei voltagabbana, le manovre degli arrivisti, i salti della quaglia degli ambiziosi, gli appetiti dei profittatori. Non si illudano questi puttani di aver battuto, con il loro tradimento, Lauro e il laurismo. Avranno tutt’al più portato il primo colpo di grazia al sistema che essi hanno fatto marcire. Né più, né meno di quel che avvenne nell’ottobre 1922. La storia si ripete, ma come assicura Marx, la prima volta in chiave di dramma e la seconda in chiave di farsa; è naturale quindi che questa nostra democrazia, a differenza di quella del 1922, che fu travolta dalla violenza, rischi di affogare nello sterco. Ciascuno ha sempre quel che ha donato.
Il lento declino del Laurismo
Nuovi anni difficili si presentano all’orizzonte. La posizione di Lauro, abbandonato dalle sue truppe e dai suoi luogotenenti, si fa drammatica, inducendo il prefetto Memmo a convocare d’autorità il consiglio comunale per l’approvazione improcrastinabile del bilancio preventivo riguardante il 1961. Lauro, pur aprendo la riunione, dopo poco abbandona l’aula, dichiarando che i documenti da approvare non sono ancora pronti. Le opposizioni prendono allora l’iniziativa e proclamano la sfiducia all’amministrazione. Non riuscendo a trovare il bandolo della matassa, al prefetto non rimane che emanare il decreto di scioglimento del consiglio per le numerose inadempienze riscontrate. E’ il canto del cigno di Lauro, il quale lascia la carica di primo cittadino per sempre. Seguiranno dieci mesi di reggenza sotto il commissario D’Aiuto, uno scialbo funzionario che gestirà gli affari ordinari e preparerà le nuove consultazioni, mentre la città attraversa come sempre un momento drammatico per la disoccupazione crescente e per il dilagare di un nuovo tipo di reato: la sofisticazione dei generi alimentari. Tra tante nubi un raggio di sole: finalmente viene approvata una legge speciale “super” che prevede per Napoli in pochi anni l’arrivo di quasi cinquecento miliardi. Può essere un’occasione irripetibile per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, ma bisogna vedere chi dovrà gestirli e la lotta si presenta accanita. Nella politica italiana il centro-sinistra si afferma come formula vincente, ma difficile da trasferire nella realtà napoletana, anche perché nel frattempo Lauro ha dato i suoi voti, ben graditi, al nuovo Presidente della Repubblica Antonio Segni, tra l’altro da sempre alfiere della moderata ala centrista. Lauro come armatore è al suo apogeo, con un programma d’investimenti a breve di circa cinquanta miliardi, impegnati nella costruzione di due superpetroliere e due transatlantici: “Achille Lauro” e “Angelina Lauro”. Eppure dichiara che, pur di vincere lo scontro con la Democrazia cristiana, sarebbe disposto a cedere metà del suo patrimonio. Arringa i napoletani, fugando le preoccupazioni di un possibile arrivo di un nuovo commissariamento, da escludere categoricamente perché ricorda che Segni è debitore dei suoi voti. Ha 75 anni, ma ne dimostra 30 di meno, per i frenetici ritmi di lavoro nei quali nessuno riesce a tenergli il passo. Poco prima delle elezioni il Napoli ritorna in serie A e questo è senza dubbio un buon auspicio. I democristiani per coprirsi a destra imbarcano nella nuova lista parecchi ex-laurini ed anche un ex-fascista irriducibile con passato repubblichino: Edmondo Cione, la cui presenza indurrà alle dimissioni molti quadri del partito. Allo scrutinio i monarchici conquistano di nuovo la maggioranza con 25 seggi, contro i 23 della Dc e i 19 dei comunisti. Il risultato inferiore alle aspettative rende vani i tentativi di Lauro di ritornare sulla poltrona di sindaco, un traguardo che non raggiungerà più. Alla fine, deluso, si autoesclude “solo per carità di patria e per il bene della sua città”. Il suo obiettivo futuro sarà di minore portata: sempre la carica di sindaco, ma di Sorrento. A Napoli viene eletto Vincenzo Mario Palmieri, il primo sindaco dell’era post-laurina, uno stimato medico che non potendo proporre una formula di centro-sinistra, si appella a tutte le forze democratiche per varare la giunta e ad appoggiarlo saranno proprio i consiglieri monarchici, a patto che nessuno dei “sette puttani” diventi assessore. Comincia così un nuovo corso e tutte le speranze sono legate alla manna della legge speciale. La nuova amministrazione cerca di ripristinare le regole urbanistiche e crea una commissione per varare un nuovo piano regolatore. S’inaugura il centro di produzione RAI di Fuorigrotta, uno dei più attrezzati d’Europa. Purtroppo rimarrà sempre sottoutilizzato (come lo è ancora ai nostri giorni), mentre piazza Plebiscito diventa, con una delibera, un immenso parcheggio, l’opposto della situazione odierna. La nostra città, tra due ali di folla entusiasta, riceve il Presidente Kennedy, pochi mesi prima del suo assassinio a Dallas. Moriranno in quell’anno Giovanni XXIII e Palmiro Togliatti. Mentre si aspettano sempre i benefici della legge speciale, i cui fondi lentamente cominciano ad arrivare, si tengono le elezioni politiche nell’aprile del 1963, che vedono aumentare i comunisti a danno di democristiani, socialisti e monarchici. Dopo solo nove mesi si chiude l’esperienza di Palmieri a palazzo San Giacomo con le sue dimissioni da sindaco. La lotta per la successione è molto sentita dalla Dc e dal Pdium, con un duello alla pari tra i candidati dei due gruppi: Ferdinando Clemente e Raffaele Chiarolanza. Essi nei primi due scrutini ottengono lo stesso numero di voti: 25.
Si sono appena chiuse le urne del ballottaggio, quando in aula, trafelato, giunge un consigliere monarchico, proveniente da lontano e vittima di un incidente automobilistico, al quale non viene concesso di votare. Scoppiano violenti tafferugli che i commessi, travolti, non riescono a sedare, ci saranno feriti anche tra i vigili urbani intervenuti a placare il tumulto. Nella protesta si distingue l’anziano Comandante, che in un empito di rabbia distruggerà con un pesante posacenere l’urna e ne strapperà le schede. Un episodio che per anni amerà ricordare con orgoglio ai suoi fans e per il quale non vi saranno conseguenze penali, nonostante il verbale degli incidenti venga trasmesso alla Procura della Repubblica. Dopo pochi giorni la nuova elezione, nella quale alcuni monarchici cambiano parere, per cui Clemente viene eletto il 24 luglio, con 25 voti contro i 21 del chirurgo Chiarolanza. Il nuovo sindaco, il più giovane nella storia della città, proviene da una nobile famiglia e cercherà d’impiantare un modo più moderno di fare politica, superando i metodi del laurismo e proiettando l’avvenire di Napoli verso il suo hinterland; sintomatico di questa nuova visione: sarà il primo a caldeggiare l’idea della tangenziale. Al di là dei buoni propositi, i progetti realizzati sono ben pochi. Nel frattempo l’inflazione galoppante erode, prima ancora che arrivino, i fondi della legge speciale. I rapporti tra i partiti sono deteriorati e Clemente, dopo che il consiglio ha bocciato il suo programma, è costretto a dimettersi. Seguirà un nuovo vuoto amministrativo, il terzo in sei anni, per la nostra martoriata città; il prefetto Bilancia nomina infatti commissario Guido Mattucci, uno dei vice di Correra durante gli anni della sua reggenza. Mentre s’infervorano i preparativi per la prossima campagna elettorale, arriva come un fulmine a cielo sereno l’annuncio di Lauro di non volersi presentare candidato. Molti sono i motivi di tale clamorosa rinuncia, non ultima la decisione presa nel 1963 dalla Confindustria di puntare su un nuovo cavallo, il liberale Malagodi, con conseguenze drammatiche per i monarchici i quali, mentre i liberali raddoppiano i voti ed i missini tengono, precipitano a soli 500.000 suffragi, uno sparuto 1,7% che si traduce in 8 deputati e 2 senatori. Lauro fiuta l’aria di tempesta e cerca un’intesa con Malagodi per unire i due partiti, ma dopo una lunga trattativa, intercorsa inizialmente avendo come referente Gaetano Martino, non si conclude più niente, perché i liberali intuiscono che è preferibile, più che unirsi, assorbire i voti monarchici poco alla volta, per consunzione. Altri più malevoli faranno circolare la voce che Lauro ha ottenuto, dopo un negoziato, tangibili vantaggi dal ministero della Marina mercantile, a fronte di una rinuncia alla competizione elettorale. Qualunque sia il motivo, il Pdium senza guida è all’ultima spiaggia. Uscirà massacrato, passando da 25 a 7 consiglieri, mentre gli altri partiti fanno il pieno, in particolare la Democrazia cristiana, che diventa per la prima volta partito di maggioranza relativa. I missini, su cui si riversano molti voti monarchici, raddoppiano i suffragi, passando da 4 a 8 consiglieri, ma la geografia di palazzo San Giacomo è irreversibilmente variata, per cui si sono create le condizioni favorevoli alla svolta della Dc verso le forze di sinistra.
L’abbraccio finale con il Movimento Sociale Italiano
La colonna sonora del laurismo sempre più vira mestamente, dai poderosi “do di petto” degli anni Cinquanta ai “si bemolle” degli anni Sessanta…
Alle politiche del 1968 il Pdium raggranella soltanto 300.000 voti e 6 deputati. Rifiutati dai liberali non resta ai monarchici che tentare l’unione con i missini, ma i contatti non danno buoni risultati, soprattutto per l’ostilità di Gianni Roberti, napoletano, capo della Cisnal ed esponente di spicco del partito, il quale preferisce aspettare che i voti laurini defluiscano spontaneamente verso l’estrema destra, senza imbarazzanti accordi con il Comandante, una presenza sempre ingombrante. Alle regionali del 1970 il Pdium prosegue la sua parabola negativa scendendo sotto i 200.000 voti, pari solo allo 0,7%. Sfumato l’accordo a destra lo si cerca nella direzione opposta, seguendo anche le indicazioni provenienti dalla base. L’obiettivo è confluire nel Psdi, un partito moderato che sta cercando di fare accoliti. Lauro si sarebbe accontentato all’inizio di appoggiare dall’esterno eventuali liste civiche agganciate ai socialdemocratici ed era disponibile a cambiare l’orientamento politico del “Roma”. Ma come nel 1947, la trattativa era naufragata perché Saragat si era opposto, anche il secondo tentativo trova il diniego del segretario Ferri, a cui poco importa che molti di quei voti portati da Lauro diventino preda dei comunisti. Non resta che tentare di nuovo a destra, dove tra l’altro è cambiato il capo del partito; vi è ora un uomo energico e risoluto, grande trascinatore che gode di appoggi internazionali molto potenti, perché gli Stati Uniti hanno fatto capire chiaramente che gradirebbero un ritorno dell’Italia verso il centrismo.

Lauro ed Almirante
Il Movimento sociale è favorito pure dalla situazione politica interna che mostra insofferenza e prepara già un nuovo corso. Almirante comincia a reclutare ammiragli e generali, tra cui lo stesso De Lorenzo, fuoriuscito dal Pdium e alle consultazioni del 13 giugno 1971 fa il pieno di voti, raddoppiandoli al centro e addirittura triplicandoli in alcuni collegi del sud. Lauro, in previsione di un esaltante successo alle politiche del 1972 si fa convincere ed aderisce al sogno della grande Destra, sperando di poter tornare di nuovo, a soli 85 anni, padrone di Napoli. Nomina al “Roma” un nuovo direttore, il camerata Piero Buscaroli e permette che nel palazzo della flotta si tengano riunioni dei nuovi alleati, creando un certo disagio. Infatti non sono più i soliti guappi imbrillantinati, dai nomi folcloristici, come ” ‘o nevaiolo” o “capabianca”, ma dalla faccia tutto sommato tollerabile; ora si vedono ghigni patibolari: sono i “mazzieri” ed i “bombardieri”, che nei momenti difficili possono contare sull’aiuto dei “boia chi molla” calabresi o dei “pugilotti” romani. Nel frattempo da Cascais, in ansia, re Umberto fa trapelare quelli che devono essere i limiti insormontabili del nuovo “matrimonio”. Ma l’onda verso destra è impetuosa e Lauro, insieme allo stesso Covelli, si presenta sotto le insegne del Movimento sociale italiano. A febbraio il Pdium si era estinto con un congresso che, a grande maggioranza aveva sancito il rogito del nuovo acquisto dei missini. La messe elettorale sarà cospicua, anche se non esaltante: quasi tre milioni di voti, che però non permetteranno di entrare attivamente nel potere. Lauro rimane deluso, anche perché non ha digerito il rospo che Almirante gli ha fatto ingoiare a Napoli, ove gli è stato preferito come capolista l’ammiraglio Birindelli. Nel frattempo i parlamentari monarchici vengono sollecitati a divenire “indipendenti” per potere essere utilizzati dal nuovo governo di centro-destra, varato da Andreotti. Lauro non accetta, anzi fa pressione su Almirante, perché si cambi la sigla e il simbolo del partito. Non otterrà niente, nel frattempo, il governo Andreotti appoggiato dai liberali, è costretto a dimettersi e ritorna la formula del centro-sinistra. Cominceranno gli anni dei segreti di Stato, delle trame eversive, della strategia della tensione. Almirante sarà travolto tra bombe, mandati di cattura e paura generalizzata. E’ un capitolo ancora misterioso della nostra storia nazionale, sulla quale lavoreranno, speriamo con onestà, gli storici del futuro. Lauro rimarrà avvinto come l’edera fino alla fine ad Almirante, che lo convincerà ad una competizione elettorale prima nel 1976, quando raccoglierà ancora 72.000 preferenze ed infine, due anni dopo, ultranovantenne, senza però essere eletto. Si chiude così una irripetibile carriera politica, nata, cautamente, all’ombra del fascismo, chiusa, con amarezza, con l’imbarazzante abbraccio dei neofascisti. Dopo breve si chiuderà anche l’avventura terrena il 15 novembre 1982.
La seconda morte di Achille Lauro
La figura di Achille Lauro, armatore tra i più famosi del mondo, felice connubio tra un bucaniere levantino ed un rampante capitano d’industria, uomo politico insigne quanto vituperato, a lungo, come abbiamo visto, sindaco plebiscitario di Napoli ed antesignano di un meridionalismo intriso di rabbia impotente e di ansia di riscatto, attende da tempo una serena rivisitazione del suo percorso, dopo essere stato a lungo, come abbiamo documentato bersaglio privilegiato dei politologi e degli storici di sinistra. Noi parleremo della sua morte, ma principalmente della sua seconda morte, perché questo significò la dispersione sistematica e la distruzione della sua gloriosa flotta, che per decenni aveva solcato trionfante ed orgogliosa i sette mari e rappresentava ancora, nonostante le superabili difficoltà economiche, un cospicuo patrimonio, italiano e precipuamente napoletano, non solo materiale, ma di immagine positiva, un prezioso biglietto da visita della serietà del nostro lavoro e del rispetto puntuale degli impegni assunti. E tutto si dissolse con grave ed irreparabile danno per tutti, creditori compresi che videro volatilizzarsi i loro soldi altrimenti recuperabilissimi, grazie ad una pattuglia di politici corrotti, di armatori bramosi e di finanzieri d’assalto, ansiosi di ghermire l’appetitosa preda con la loro bocca famelica a tal punto da far invidia ad un topo digiuno da giorni che si avventa con avidità su di una fetta di formaggio. Il primo lavoro di dissolvimento, quello più sporco, fu compiuto dai politici dell’epoca, quelli che vedevamo sgomitare quasi quotidianamente per occupare le prime file dei cortei di protesta degli operai dell’Italsider, i famosi caschi gialli, poco più di tremila, ma appetibili, perché costituivano il fiore all’occhiello della classe operaia napoletana, mentre i duemila dipendenti, con le loro famiglie, della flotta Lauro, la più grande impresa del sud Italia, dovevano essere lasciati al loro triste destino, per il non confessato timore di una contaminazione ideologica nei riguardi di una proprietà creata dal nulla dall’ex-sindaco, l’ultimo re di Napoli o l’ultimo Borbone come amava definirlo in una sua puntuale, concisa ed onesta biografia Antonio Ghirelli. Ma le tanto proclamate preclusioni ideologiche non erano che un ipocrito paravento per losche operazioni di spartizione tra bande di politici, i quali, impettiti, credevano di disegnare un radioso futuro per Napoli rinnegando il bieco laurismo del capitalista monarchico. Sotto gli occhi di tutti a distanza di vent’anni è la disastrosa situazione ereditata dalla nostra martoriata città per la vergognosa gestione della questione Italsider, dopo lo spreco di centinaia di miliardi di denaro pubblico, che ha provocato la giusta ira di Bossi e compagni: un mostro ecologico che grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini per lo scempio paesaggistico e per lo scriteriato abbandono di una significativa fetta del territorio urbano, la più bella della città, dal grande cuore ma dalla piccola testa, che potrebbe, correttamente utilizzata, mutare il volto del nostro destino ed assicurare un duraturo benessere alle future generazioni. La morte fisica di Achille Lauro sopraggiunse a 95 anni compiuti il 15 novembre del 1982. Negli ultimi mesi della sua lunga vita il comandante si era ritirato mestamente in un empireo fantastico tutto suo, distaccandosi completamente dalla realtà avversa che lo circondava e comunicando solo con la sua adorata figlioletta adottiva, forse in un misterioso idioma orientale, più probabilmente grazie ad un linguaggio fatto di soli gesti e di affetti accorati. Il suo sogno segreto, condiviso anche dal popolino più umile che tanto lo amava e che implorava ad ogni occasione: “Don Achille voi non dovete morire mai”, era quello di potersi addormentare placidamente ed in sonno raggiungere il cielo e divenire una stella, un astro da cui guardare benevolo la sua città per l’eternità. Il nostro destino di mortali fu però inesorabile e dopo un breve alternarsi di lucidità e delirio, assistito dal fidato cardiologo Aldo Boccalatte e dallo sguardo materno di un’antica e preziosa madonnina, alla quale era ciecamente devoto, il vigoroso vegliardo, l’ultimo monarca di Napoli chiudeva gli occhi per sempre. Ma se usciva di scena l’uomo, il mito era destinato a non spegnersi, nonostante l’acrimonia degli avversari e negli anni seguenti lo sdegnoso silenzio dell’asservita stampa di regime. La prima avvisaglia dell’acredine delle istituzioni nei confronti del Comandante si potette constatare ai suoi funerali, quando fu predisposto dal comune un servizio d’ordine insufficiente a contenere la folla strabocchevole accorsa da ogni quartiere nella chiesa di San Ferdinando, per porgere l’ultimo saluto a don Achille. L’omelia funebre fu affidata a don Aurelio Marseglia, il parroco battagliero che nel ’56 aveva benedetto la celebre fontana in piazza Trieste e Trento, realizzata da Lauro sindaco e si imperniò sul sacrificio e la carità, due virtù praticate costantemente in vita dal defunto. Il sindaco in carica all’epoca, il comunista Valenzi, fu fischiato sonoramente al suo ingresso (in ritardo) ed alla sua uscita (in anticipo) dalla chiesa e tutta la cerimonia fu turbata dalle urla di alcune decine di sconsiderati ultras che scambiarono la solennità del commiato con il tifo da stadio, costellando di applausi e di “bravo” ogni fase della liturgia. All’uscita una confusione indescrivibile fece temere il peggio, quando la folla, tra una marea di auto clacsonanti, cercò faticosamente di formare un corteo, che, alla prima tappa sotto palazzo San Giacomo, si inferocì nel momento in cui si accorse che al balcone principale non era stata collocata la bandiera della città a mezz’asta. Una stupida mancanza di educazione e di stile perpetuatasi fino ai nostri giorni, se consideriamo che fino ad oggi non esiste una piazza, una strada, un vicolo dedicati ad un personaggio che, da primo cittadino e da imprenditore, ha mostrato un attaccamento verso la sua città da non trovare emuli. La seconda sosta fu in via Marina sotto il palazzo della flotta, dove i marittimi accorsi in massa lanciarono all’unisono un’invocazione al cielo, una frase di dolore ma anche di speranza: “Il Comandante è morto ma la sua flotta no, essa vivrà a lungo e porterà in giro per il mondo la gloria del suo nome”. Auspicio purtroppo non avveratosi per un complesso di oscure manovre che descriveremo con dovizia di particolari nel prossimo capitolo. L’ultima tappa fu infine il cimitero di Piano di Sorrento, dove donna Angelina attendeva il suo Achille nella tomba di famiglia per il riposo eterno. Il capitolo più vergognoso del dopo Lauro è costituito dalla vendita all’asta dei suoi beni materiali nella famosa villa di via Crispi. La grande vendita, la più importante realizzata a Napoli negli ultimi cinquant’anni, fu organizzata dalla Finarte e dalla Semenzato (FI.SE) che si consorziarono per amministrare il grande incanto. Quattro sedute (25-26 ottobre 1984), due pomeriggi e due serate furono necessari per battere i quasi mille lotti (962) e la vendita fu preceduta da cinque giorni di libero accesso alla villa per potere esaminare la merce…
Non sembrò vero alla scalcinata borghesia napoletana ed all’aristocrazia decaduta che lo avevano sempre osteggiato anatemizzandolo e che da Lauro erano state sempre tenute alla larga, potere invadere, novelli sciacalli, vociando il sacro tempio, salire gli scaloni della sua casa, entrare con protervia in ogni angolo, intrufolarsi nelle camere da letto, provare gli effetti intimi del Comandante, anch’essi vergognosamente messi in vendita e descritti sul catalogo (lotti 480-481), dal vecchio frac alla camicia da notte di donna Angelina. E tutti ridevano, schiamazzavano, ricordavano motteggiando episodi della vita del padrone di casa, deridendone i difetti ed oscurandone le virtù, un epicedio in piena regola perpetrato nel disprezzo più assoluto. Accanto a chi credeva di fare un buon affare, collezionista o antiquario che fosse, sedeva un pubblico ansioso unicamente di assistere in diretta al massacro di un mito. Gli astanti, quasi mille persone, erano assiepati nei tre piani della villa collegati tra loro da giganteschi schermi, dove il principe dei battitori: Marco Semenzato, con glaciale professionalità, assegnava velocemente i lotti, al suono implacabile e ritmico di un martelletto. Non vi era tempo per riflettere, le offerte si susseguivano con ritmo vertiginoso, era per molti un nuovo gioco, mai praticato prima, ben più emozionante di una rischiosa mano di poker. Molti erano alla ricerca di un feticcio da poter portare a casa, un oggetto, anche di scarso valore venale, che fosse però appartenuto all’illustre personaggio. Fu perciò grande la delusione quando il secondo lotto, un modestissimo bacile da pediluvio, pomposamente descritto: ovale in rame buccellato con piedi a zampa ferina del XIX sec. ma partente da una stima di appena diecimila lire, raggiunse in un battibaleno un milione e centomila lire e venne aggiudicato tra le proteste di alcuni che intendevano insistere facendo offerte ancora più sostanziose. Oltre a centinaia di pezzi di scarso valore, oggetti di uso quotidiano o di arredo delle camere secondarie,vi erano straordinari pezzi di antiquariato come un Olindo e Sofronia di Mattia Preti, esitato per duecento milioni o un procace busto marmoreo, opera di Francesco Jerace, una Victa dal seno prorompente e dall’algida e provocante bellezza, oppure una Sacra Famiglia, attribuita a Bernardo Strozzi, notificata dallo Stato e proveniente dalla leggendaria collezione Doria-D’Angri, andata dispersa in una memorabile vendita nel 1940. Gioiello assoluto della vendita era la serie indivisibile di sei splendidi arazzi prodotti a Beauvais nel 1692 e rappresentanti episodi della vita di Luigi XIV il Re Sole. Una fortunosa circostanza volle che ad acquistare questo lotto fosse un famoso nefrologo napoletano, desideroso che la sua, la nostra Città, non venisse orbata di una così cospicua gemma da essere invidiata da tanti musei. (Purtroppo, nel 1998, questo prestigioso lotto è stato posto di nuovo all’incanto a Venezia dalla casa d’aste Semenzato ed aggiudicato ad un ignoto acquirente, dall’accento settentrionale, per la cifra di tre miliardi e mezzo). Al nord traslocò viceversa, in casa di un industriale brianzolo, il biliardo sul quale aveva giocato l’ammiraglio Nelson, nella villa romana di un noto attore lo spettacolare secrétaire impiallacciato in piuma di mogano aggiudicato per sessantasei milioni. Pur di potere offrire il the alle amiche nei saloni della sua villa posillipina, nel noto servizio di porcellana dipinta a mano, arricchito dalla descrizione di una complessa storia mitologica sulle tazze e sui piattini, non badò a spese la leggiadra moglie di un famoso ginecologo. In poche ore un secolo di vita e di rimembranze si dispersero vorticosamente, lasciando la villa, un giorno piena di vita e pulsante di febbrili attività, in un vuoto ed un silenzio spettrale. Si ricavarono circa due miliardi, ma il sacrificio ed il massacro di tanti ricordi servì a ben poco, una goccia nel mare magnum del fallimento di un colossale impero, la cui distruzione pesa come un macigno sulla coscienza di molti e costituì senza ombra di dubbio il vero motivo della seconda morte di Achille Lauro.
Il crack della flotta
A tarallucci e vino si è conclusa dopo decenni la intricata vicenda della flotta Lauro: tutti assolti gli imputati con la formula “perché il fatto non sussiste”. Questo il giudizio definitivo emesso pochi mesi fa dai giudici della seconda sezione penale della Corte di appello di Napoli. Ma cominciamo dal principio e cerchiamo di rievocare i passaggi più significativi di questa storia all’italiana, che ha gravemente danneggiato Napoli e i napoletani nella indifferenza generale. Le superpetroliere “Volere” e “Coraggio” furono realizzate con il finanziamento dell’Imi all’epoca della crisi di Suez e vennero varate nel 1976. Dopo un breve periodo la caduta mondiale dei noli marittimi mise in difficoltà la flotta Lauro che cominciò a trovarsi accerchiata da creditori famelici, ciò nonostante nel 1981 si presentò l’occasione di vendere le due superpetroliere assieme alle due motonavi “Emanuela” e “Sant’Agata” per la convenientissima cifra di 55 miliardi. Il 16 novembre dello stesso anno presso la sede dell’Imi avviene un incontro con il direttore generale Saracini, al quale viene proposto di incamerare dalla vendita 25 miliardi, di darne una quota molto più modesta alla Italcantieri e di riservarne 20 per la gestione della flotta. Il direttore Saracini oppone un netto rifiuto e facendosi forte della ipoteca vorrebbe per sé l’intera cifra. Viene allora proposto di spostare parte dell’ipoteca sul resto della flotta, che all’epoca aveva un valore superiore a 110 miliardi e poteva costituire una sufficiente garanzia. Venne anche fatto presente che senza pagare i fornitori si sarebbe paralizzato tutto e si sarebbe giunti in tempi brevi al crack, un ammasso di rottami ferrosi da vendere a peso ricavandone quattro soldi. Quel no reiterato da Saracini fino alla fine affondò la flotta.
Anche l’Italcantieri accelerò l’apocalisse facendo partire numerose richieste di sequestro; in poche settimane le banche ritirarono i fidi e per la flotta, ma soprattutto per Napoli che da poco aveva subito il rovinoso sisma del 23 novembre 1980, fu la catastrofe. La riunione con gli istituti di credito verso i quali la flotta era esposta finanziariamente respinse addirittura la proposta di accettare come garanzia tutto il patrimonio immobiliare della famiglia Lauro. Vennero a mancare le coperture politiche e questo delittuoso comportamento troncò lo stipendio di duemila famiglie. Fu organizzata all’Eur una riunione plenaria tra tutti i creditori, le banche ed i politici, con in testa il ministro della Marina mercantile; in quella occasione il carisma di Achille Lauro ebbe tributato l’ultimo beffardo omaggio: tutti indistintamente scattarono in piedi all’ingresso in sala del barcollante vegliardo, al quale fu però negato anche l’ultimo misero prestito di cento milioni per la beneficenza ai poveri in occasione del Natale, una consuetudine a cui l’ex sindaco di Napoli era abituato da oltre 50 anni. Ed infatti l’assegno di cento milioni fu il primo ad essere protestato e la flotta Lauro cadde sotto l’amministrazione controllata della legge Prodi, che prevedeva il salvataggio di grosse aziende in difficoltà attraverso l’opera di un commissario, il quale congela tutti i debiti di cui si fa garante lo Stato. Ma la legge Prodi purtroppo mal si confaceva ad un’attività internazionale come quella svolta dalla flotta Lauro, la quale in breve tempo fu infatti aggredita dai creditori stranieri, quando questi attivarono all’estero vari sequestri. Ercole Lauro, il figlio di Achille, che aveva cercato di salvare il salvabile fu costretto alle dimissioni, anche se quando aveva lanciato i primi S.O.S. sul piano patrimoniale la flotta aveva un attivo sui debiti di alcune decine di miliardi e l’unico problema era la mancanza di liquidità. L’assurdo fu che su di un fatturato di 200 miliardi all’anno ne mancarono solo 18 per il salvataggio.

La motonave: “Achille Lauro”, l’ammiraglia della flotta
Nel febbraio 1982 giunse da Genova il primo commissario, Carlo Alhadeff, persona competente ed onesta, la quale resistette quattro mesi. Infatti il deficit in breve tempo, con molte navi ferme, salì di decine di miliardi, il commissario cercò di tacitare i creditori esteri con un pugno di denaro e riuscì a far ripartire molte navi sequestrate, grazie anche agli equipaggi che rinunciarono ai loro stipendi. I colpevoli dei mancati pagamenti vanno ricercati con pari colpa tra i dirigenti dell’Imi e del pool di banche creditrici (Banca nazionale del lavoro, Banco di Napoli e Banco di Roma) ed i ministri Marcora, Andreatta e Mannino . Negli uffici del commissario cominciò una pioggia di telex che divennero giorno dopo giorno disperati S.O.S. Le navi, da carico e da crociera si fermarono una dopo l’altra. Il 27 maggio giunse, fuori tempo massimo, dal Cipi una erogazione di tredici miliardi, il 16 giugno Alhadeff getta la spugna congedandosi malinconicamente dai dipendenti della flotta, che si vedono avviati al massacro tra l’indifferenza del governo, che costringeva ad andare via un tecnico per una gestione politica… della vicenda. L’avvocato pisano Giuseppe Batini fu il nuovo commissario, il quale candidamente confessò ai dipendenti:”Non sono del mestiere, non ne capisco niente”. Finalmente l’uomo giusto al posto giusto! Dopo altre dichiarazioni allarmiste, che, scatenando il panico, resero vano ogni ulteriore tentativo di salvataggio, il Batini tentò di cedere all’armatore sorrentino Mariano Pane i soli diritti di linea, una risorsa preziosa ma virtuale, senza il fardello delle navi e dei dipendenti. I diritti di linea si conquistano negli anni percorrendo una determinata rotta e costituivano la punta di diamante della flotta Lauro, alla quale solo nel 1981, anno del crack, fruttarono 75 miliardi. L’armatore Pane cercò di utilizzarli, noleggiando navi straniere e scrivendoci “Lauro Lines”, ma fu boicottato all’estero da tutti per il mancato rispetto delle regole internazionali. Dopo oltre un anno sprecato e quando cominciarono a fioccare le prime denunce Batini si dimise ed il nuovo commissario fu il non ancora trentenne Flavio De Luca, figlio d’arte, infatti il padre Willy era il potente ex direttore della Rai. Cominciarono a susseguirsi offerte sempre più basse da parte di società nascoste sotto le sigle più varie, suffragate da perizie di comodo, secondo le quali il vastissimo patrimonio immobiliare di Lauro valeva ogni anno sempre di meno, sino a precipitare a soli 26 miliardi. Indagini di commissioni parlamentari, denunce alla magistratura ed inchieste giornalistiche s’intrecciarono in un coacervo inestricabile dal quale affioravano ogni tanto i nomi di noti faccendieri adusi ad un’assidua frequentazione delle patrie galere. La (s)vendita alla “Star Lauro” fu ratificata dal ministro repubblicano Adolfo Battaglia; dietro la sigla della società gli imprenditori Salvatore Pianura ed Eugenio Buontempo. La magistratura indagò sulla strana operazione finanziaria ed in primo grado condannò per interesse privato a nove anni di reclusione il commissario De Luca e a quattro anni i due acquirenti. Furono inoltre condannati, quali complici del De Luca, a varie pene detentive Fausto Vignali, dirigente della flotta Lauro e Bruno Quiriconi, dirigente di un’agenzia di crociere. Ed infine condannati anche i due broker Aldo e Vincenzo Frulio. Venne scoperto dalle indagini della magistratura che il commissario tacitava i debiti esteri e rivendeva a prezzi stracciati le navi dissequestrate, le quali a loro volta venivano subito rivendute sul mercato a prezzi quattro o cinque volte superiori, come nel caso della superpetroliera “Volere” che, svenduta per meno di due milioni di dollari, fu immediatamente piazzata ad oltre nove milioni di dollari. Il processo si conclude il 26 maggio del 1992; dopo solo dieci anni, data la proverbiale celerità della giustizia italiana, la sentenza di secondo grado, di pochi mesi fa, assolve in blocco tutti gli imputati, residuando al solo commissario una pena, col beneficio della condizionale, inferiore ai due anni, prosciogliendolo però dalle accuse più gravi e ritenendolo unicamente responsabile della maldestra cessione del quotidiano “Roma”, all’epoca di proprietà della flotta. Dopo la pronuncia della magistratura penale sulla gestione scriteriata della affaire Lauro, è in corso ancora un’istruttoria da parte della Corte dei Conti, la quale si è interessata della svendita di beni e dell’inerzia nel recupero dei crediti della flotta, che beneficiò di notevoli finanziamenti pubblici diretti ed indiretti. A tale proposito, come pubblicato da tutti i giornali il 3 febbraio 2003, il procuratore Martucci di Scarfizzi scrive testualmente nella sua relazione: ” La citazione riguarda il commissario liquidatore in carica e il direttore generale della flotta Lauro per un importo di quasi cinque milioni di euro”. E per concludere, tradotto dal vernacolo, ad uso di leghisti e affini: “Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scordiamoci del passato, siamo di Napoli paisà”.
Tutti gli uomini del comandante
Lauro ha sempre preferito circondarsi di collaboratori che non discutessero le sue decisioni. Di questo atteggiamento dittatoriale ne hanno sofferto principalmente i due figli: Gioacchino ed Ercole, suoi potenziali delfini, mortificati in continuazione dal padre-padrone, che metteva in ombra qualsiasi loro iniziativa ed aveva, in ogni caso, l’ultima parola su tutto. Gioacchino, il maggiore, era talmente terrorizzato dal padre da non osare fumare in sua presenza. Tenuto a “stecchetto” sul piano economico (Lauro ha sempre dato ai suoi figli un semplice stipendio), chiedeva in famiglia continuamente del denaro alla sorella o alla madre. I soldi gli servivano a soddisfare la sua fama d’irresistibile playboy e d’impenitente gaudente, giorno e notte alla ricerca di donne e divertimenti. Gioacchino era molto attaccato al padre e fu lui a difenderlo, con l’aiuto di Cafiero, alla fine della guerra, rintuzzando le accuse di collusione col fascismo, contestate dagli alleati. In un libretto: “Io difendo mio padre”, egli fornì un’ampia documentazione sulla flotta: date di acquisto delle navi, cifre pagate e tutti i particolari sull’acquisizione dei giornali napoletani. Questa serie d’informazioni incisero non poco sull’assoluzione del genitore. Gioacchino si occupò prevalentemente delle sedi estere della flotta, per potere avere maggiore libertà di azione. Predilette erano le linee verso l’Australia, con capolinea a Sydney, dove lui era molto stimato per la puntualità e il funzionamento esemplare dei collegamenti, che davano lustro e denaro all’azienda. S’interessò alla politica, per la quale era molto portato, divenendo sindaco di Sorrento e deputato. Fu per un periodo presidente del Napoli, agendo però, come sempre, per conto del padre, il quale regnava nell’ombra come “onorario”. Entrò in carica il 17 dicembre 1966, subentrando a Fiore e fu subito chiaro e accattivante con i giocatori, toccandoli in quello che hanno di più caro: il portafoglio. “Premi e stipendi saranno sempre garantiti, nessuna preoccupazione economica”.
Accompagnava spesso i calciatori nelle trasferte e nel dopo partita li appestava benevolmente negli spogliatoi con i suoi inseparabili super sigari cubani, giunti in Italia espressamente per lui, attraverso il fornitore personale del barbuto leader maximo: Fidel Castro.
Era solito regalare ai più bravi orologi ultrapiatti, che amava sfoggiare anche due alla volta e per i quali aveva una grande predilezione. Legherà il suo nome ad acquisti importanti, come quello di Dino Zoff ed a prestigiosi risultati come il secondo posto assoluto, un traguardo mai raggiunto prima. Si comportò come un presidente patriarca, che teneva in gran conto il fattore umano e grande fu il rimpianto, quando un male incurabile lo strappò prematuramente alla vita. La sua amarezza, che confidava ai suoi più stretti collaboratori, era di non aver potuto regalare ai tifosi lo scudetto tanto agognato. Fu per anni l’animatore degli Incontri internazionali del cinema di Sorrento, una passerella di divi da fare invidia a Cannes o Venezia, un tocco di mondanità di cui ancora si favoleggia in costiera. Purtroppo, per ansia di rivincita, cercò di fare affari per conto suo, in settori in cui non era esperto e, caduto in mano a truffatori senza scrupoli e ad usurai, si coprì di debiti, che crescevano a velocità esponenziale. Lauro, quando seppe dell’enorme buco finanziario accumulato dal figlio, andò su tutte le furie e non volle più rivederlo. Risolse la penosa questione alla sua maniera: rendendo il figlio nullatenente in ventiquattro ore ed affrontando i creditori, senza paura, anzi minacciando di denunciarli se avessero continuato nelle loro richieste estorsive. Fu però di parola ed anche quando Gioacchino fu costretto per mesi in clinica divorato dal cancro, non volle fargli visita. L’ultima volta che lo vide fu nella cappella di famiglia per la messa funebre. Il Comandante rimase scosso da questa tragedia e, oramai avanti negli anni, decise, anche per mitigare i suoi sensi di colpa, di farsi sostituire dal figlio Ercole in molte attività aziendali. L'”ingegnere”, com’era chiamato negli ambienti della flotta, si è interessato a lungo della sede di Genova, nodo cruciale dei traffici marittimi, perché è proprio nella città ligure che si prendevano le decisioni più importanti in campo armatoriale. Sue sono state pure alcune iniziative rivoluzionarie, come quella di utilizzare, oltre al naviglio di proprietà, mezzi noleggiati per un periodo più o meno lungo, procurando lauti guadagni, grazie all’abilità più rara nell’imprenditore: accaparrarsi i noli prima del possesso delle navi. La funzione di “supplenza” cominciò già negli anni in cui il padre dedicava alla sua carica di sindaco molto tempo e le migliori energie; ma l’ultima firma sotto i contratti era sempre quella dell’augusto genitore, oppure quella di Manfellotto, il suo fedele alter ego. Ercole cercò di crearsi uno spazio personale fondando la Span, una società per la navigazione nel golfo, ma trovò l’invalicabile ostruzionismo della famiglia e fu costretto a rinunciarvi. Nell’affare… delle due superpetroliere “Volere” e “Coraggio”, sulle quali si è scritto tanto a sproposito, adducendo al loro incauto acquisto il fallimento della flotta, l’ingegnere, nel corso di un’esclusiva intervista (“Den”, dicembre 2002), ci ha spiegato alcuni dettagli che gettano nuova luce chiarificatrice sulla vicenda. La costruzione delle navi era stata decisa, dopo essersi assicurati preventivamente il loro noleggio per 15 anni alla Montedison. Pertanto si sarebbero potute tranquillamente pagare le rate del mutuo con i soldi del fitto. Il prezzo di acquisto era naturalmente in dollari e sfortunatamente la moneta americana, dopo decenni di stabilità, cominciò a fare le bizze, salendo da un cambio a 600 lire fino ad oltre 1400. Per prudenza nel contratto era stata sottoscritta una clausola, che dava all’acquirente la facoltà di mutare il debito in lire. Bastava servirsi di questa possibilità e sarebbe stato un vero affare! Ercole tentò di spiegarlo al padre, ma incontrò un muro di gomma ed anche una gragnola d’insulti. Il debito rimase in dollari e fu l’inizio della fine!
Il rammarico dell’ingegnere è legato a questo episodio. Un’altra delusione fu quando, nel 1977, sfumò, per il carattere scontroso del Comandante, la possibilità di un gemellaggio tra il “Roma” ed il “Giornale nuovo “di Montanelli. L’ingegnere aveva cercato di favorire il “matrimonio” delle due testate, perché riteneva d’importanza fondamentale la proprietà di un organo di stampa diffuso ed autorevole. Ed una firma di indiscusso prestigio, come quella del focoso toscano, poteva infondere quel giusto lievito necessario a far fermentare nuovi entusiasmi. Purtroppo l’incontro di due personalità “forti” fece naufragare l’accordo per un’inezia, gettando Ercole nella costernazione. Egli ci ha confidato di “aspettare un giornalista o uno scrittore coraggioso, che sappia raccontare le malversazioni, gli imbrogli e le congiure compiute ai danni della flotta Lauro, non solo, ma di Napoli e del Mezzogiorno da politici e fameliche congreghe di affaristi senza scrupoli. E che sia in grado di documentare che la parte preponderante di licenze edilizie dell’epoca, non fu rilasciata da mio padre, bensì dai vari commissari prefettizi, mandati periodicamente da Roma per punire i successi del Partito monarchico”. L’idea di questo libro è nata dopo tale intervista! L’alter ego del Comandante è stato per una vita Umberto Manfellotto, che godeva della sua fiducia cieca e incondizionata, oltre ad essere l’unico abilitato a firmare in sua vece. Un privilegio di cui gli stessi figli non hanno mai goduto. Entrato da ragazzo come dattilografo, grazie al suo maniacale attaccamento al lavoro, considerato alla pari di una missione, aveva scalato tutti i gradini della carriera, fino a giungere alla destra del suo dio, del quale scrutava attentamente l’umore onde scegliere il momento più adatto per riferire una cattiva notizia o prendere una decisione capitale. Per lui la flotta era come una cometa, spinta e trascinata dalla inesauribile energia del Comandante e seguita da una coda enormemente meno luminosa, costituita da “tutti gli altri”. Era sempre al fianco di Lauro, anche se ciò rappresentava a volte un pericolo… e quando il Comandante guidava le sue potenti automobili a grande velocità, come amava fare spesso, il rischio era molto alto. Achille, a differenza del mitico Totò, che impazziva per le Cadillac e le americane in genere, era rigorosamente autarchico: Lancia di gran lusso o potenti Alfa Romeo. Nel 1953, uscendo dalla sede della flotta ed imboccando via De Pretis da via Flavio Gioia, la Flaminia, nuova di zecca, con a bordo il nostro eroe ed Umberto, viene presa in pieno da un tram che la taglia letteralmente in due, sbattendola contro una pompa antincendio di ghisa. Grande paura, ma per Lauro fu solo un contrattempo, mentre per Umberto l’episodio produsse a vita una paura invincibile per le quattro ruote. Cattolico praticante, ai limiti della bigotteria, aveva accolto come un dono dal cielo i suoi otto figli, con i quali viveva all’ultimo piano del palazzo della flotta, così da potere essere il primo al mattino e l’ultimo alla sera. Accanito lettore, prediligeva il Vangelo, che aveva letto più volte dalla prima all’ultima pagina, il testo che indubbiamente rispondeva più prontamente alle sue ansie di bontà e di carità. Non ha mai usufruito delle vacanze, perché il lavoro per lui era come una droga. Dedicava la stessa attenzione ad una praticuccia da quattro soldi o al contratto miliardario; un vero e proprio stacanovista in salsa partenopea. Un carattere riservato, ma cordiale col prossimo, casalingo, amante delle gioie della famiglia, ma aperto a tutti quelli bisognosi di un appoggio, di un aiuto, di un gesto di solidarietà. In questa palese contraddizione tra apparenza e verità, tra maschera e volto, era racchiuso il misterioso segreto di Umberto Manfellotto. Negli anni ha contribuito a rendere autoritaria la gestione dell’impero, blandendo il carattere dittatoriale del suo capo, al cui cospetto ammetteva le persone attraverso un filtro sapiente e ben dosato, che escludeva a volte gli stessi parenti. Per anni dimostrò grande diplomazia ed equilibrio nel tessere il delicato rapporto con Eliana e donna Angelina, severo censore dei costumi altrui, chiudeva un occhio e mezzo solo con l’amore segreto del suo capo indiscusso, che giustificava perché ben conosceva la sua straripante esuberanza. Degli otto figli, tre maschi e cinque femmine, solo uno scelse di lavorare nella flotta: l’ingegner Paolo. Tutti gli altri sono diventati affermati professionisti: pediatre, commercialisti, farmaciste, insegnanti ed hanno ereditato l’amore ed il culto per la famiglia, regalando al nonno decine di nipoti, di cui due perpetuano il suo nome. Egli abbandonò dignitosamente la casa che il Comandante gli aveva dato in comodato perpetuo, appena la flotta cominciò ad affondare. Ed uscì pulita la sua memoria anche nel processo penale che, nel 1987,quattro anni dopo la sua morte, fu aperto con l’accusa di bancarotta fraudolenta contro gli eredi ed i soci di don Achille, di cui Umberto faceva parte con una quota del 5%.Andranno alla sbarra Ercole con la sorella Laura, il nipote Achille Eugenio, Gaetano Fiorentino, Giovanni Cafiero e Paolo Diamante. Alcuni soci, come Fiorentino e Cafiero si erano liberati nei due anni precedenti delle loro quote, ma furono ripescati nella revocatoria fallimentare. Il processo si concluse con un non luogo a procedere, perché gli imputati riuscirono a dimostrare in maniera inconfutabile che al momento della dichiarazione del crack erano disponibili beni mobili ed immobili sufficienti a soddisfare tutti i creditori. Solo la scriteriata conduzione del fallimento, di cui parleremo in un apposito capitolo, portò alla dilapidazione truffaldina di un patrimonio accumulato in quasi un secolo di lavoro indefesso.
Paolo Manfellotto, ingegnere navale, classe 1935, fu per oltre vent’anni, dal 1961 al 1984, il cervello pulsante ed il motore dell’ufficio tecnico della flotta, prima a Genova per sei anni e poi, dopo la scomparsa dell’ingegner Coppa, dalla tolda dell’ufficio di via Marina. Di Lauro, l’ingegnere conserva un ricordo meraviglioso, di un uomo duro, sprezzante e dal carattere difficile, il quale però sapeva scegliersi i più stretti collaboratori da tartassare, ma anche, quando meno se lo aspettavano, da gratificare. Non bisognava mai ripetergli due volte la stessa proposta e se vi era un diniego, esso era definitivo ed irrevocabile. Mentre era in ristrutturazione il piroscafo Achille Lauro, l’ingegnere consigliò all’armatore di modificare la prua della nave, rendendola più penetrante.
“Quanti milioni ci vogliono?”
“400 o 500”.
“Non se ne parla proprio, è una fesseria!
Quando ci fu il varo, un anno dopo, don Achille si ricredette e lo ammise senza orgoglio davanti a numerose persone. “Avevi ragione tu, quella modifica ci voleva proprio. Prenditi una gratifica come premio di un milione”. (All’epoca lo stipendio del capo dell’ufficio tecnico della flotta era di appena centomila lire). La sua opera di progettista fu preziosa per la flotta, che conobbe una grande espansione durante gli anni della sua direzione tecnica.
Era spesso sballottato ai quattro angoli del globo, dovunque il fiuto infallibile di don Achille subdorava un affare, dall’Olanda all’Irak, dall’America all’Australia. Difficili e sempre tesi i rapporti con Gioacchino e Ercole, per un misto di rivalità e diffidenza, ma soprattutto perché soltanto il padre, il fedele Umberto, era depositario della firma da apporre sotto i contratti, anche i più prestigiosi. Raffaele Cafiero ha costituito senza dubbio l’eminenza grigia della famiglia Lauro, alla quale era legato da rapporti di parentela e d’affetto profondo. Nel dopoguerra aiuta Gioacchino a preparare la difesa del padre, prigioniero politico degli alleati, raccogliendo ogni informazione utile a scagionarlo dall’accusa di connivenza coi fascisti. In seguito, sarà sempre al fianco di Achille, non solo come socio e legale della flotta, ma come consigliere negli affari più delicati, forse l’unico ad essere ascoltato con attenzione. Elegante e di belle maniere, possedeva un sottile fascino che non lasciava insensibili le donne ed incuteva rispetto agli uomini. La sua competenza nel campo dei noli e dei contratti marittimi era fuori discussione e la flotta fu molto debitrice alla sua abilità e dedizione. L’ingegnere Gaetano Fiorentino è il socio più importante di Lauro, che lo coinvolge in politica già nel 1948, mentre lui resta alla finestra. Gli telefona a Genova per informarlo che è candidato nel Partito monarchico ed alle sua rimostranze: “Che seccatura!” lo tronca senza ammettere repliche. In seguito sarà l’ombra del Comandante, sia nell’azienda che in politica, formando quel poderoso tridente, assieme a Cafiero, che costituirà la punta di diamante nella gestione dell’impero economico. Anche suo figlio Lucio può essere considerato un uomo del Comandante, sempre in prima fila nelle cerimonie pubbliche, dai vari delle navi ai numerosi festeggiamenti, che contraddistinsero l’era laurina. La sua collaborazione fu però prevalentemente indiretta attraverso il padre. Pippo Dufour (niente a che vedere con le caramelle), genovese, marito di “Checchella” fu anche lui tra i dirigenti della flotta. Carattere schivo, di poche parole, non entrò però in sintonia con il vulcanico suocero e non fu mai tra i collaboratori più vicini alla stanza delle decisioni. Andrea Torino fonda con Achille Lauro nel 1976 Canale 21, la prima televisione privata europea, un primato poco conosciuto, raggiunto con tenacia, superando gli ostacoli frapposti dal Ministero delle poste, competente in materia, il quale non gradiva che un potente mezzo di pressione e di propaganda potesse essere gestito da un avversario politico. Lauro in precedenza aveva cominciato anche a sviluppare una tecnica rivoluzionaria di trasmissione via cavo, che anticipava di trent’anni l’esperienza della pay-tv, un precursore di un mass media oggi di grande successo, che dilata la libertà di espressione sempre in pericolo. In questa esperienza egli fece tesoro dei competenti consigli di Andrea Torino, un antesignano del settore. Torino fu parimenti presidente della squadra del Sorrento, a cui dedicò tutta la sua vita. Egli rappresentava un sicuro riferimento per tutte le vicende calcistiche, che costituivano una passionaccia, ma anche un importante mezzo di propaganda elettorale per don Achille. Antonio Limoncelli, pure lui parente per un intreccio di matrimoni, fu uno dei pochi collaboratori di cui Lauro si fidava ciecamente. Assessore “di carriera”, oltre a coniare slogan famosi: “Torneranno i tempi belli se votate Limoncelli”, era l’organizzatore impeccabile di memorabili Piedigrotte, che duravano fino a quindici giorni. Durante la festa, al passaggio dei mastodontici carri allegorici, era permesso un po’ di tutto: urlare, sbracciarsi, calare coppoloni in testa a tipi “soggetti”, esercitare vigorosamente la mano morta su sederi di tutte le età, pur senza trascurare eventuali seni generosamente esposti, dimenticando in tal modo le angustie quotidiane. L’antico spirito greco della festa, nata tra venerazioni priapiche e sfrenate danze liberatorie, sembrava rivivere nel popolo festoso, esaltando lo spirito trasgressivo e godereccio dei napoletani. Il calendario delle manifestazioni, ad uso dei forestieri, ma progettato per i gusti degli indigeni, andava da aprile ad ottobre, costringendo pure i rinomati miracoli di San Gennaro ad entrare nel calendario dei festeggiamenti. Riesumava, inoltre, antiche feste popolari, da quella del Monacone a quella della Madonna del Carmine. Il tutto sempre allietato da fuochi d’artificio, balli e canti. Paolo Diamante è stato un collaboratore importante della flotta ed anche lui, in maniera rocambolesca, imparentato con la famiglia. Egli si assunse infatti la paternità “putativa” di Achillino, figlio naturale di Gioacchino, sposando la madre del ragazzo: Virginia Facincani, la bellissima ex-miss Perugia. Il loro matrimonio sorprese un po’ tutti, perché Diamante era poco simpatico e non propriamente bello; alto tanto da dover utilizzare scarpe con tacchi incorporati. Negli uffici della flotta cercava di ritagliarsi un ruolo di protagonista, andandogli stretto quello di semplice, anche se stimato, consulente. Per raggiungere tale scopo, cercava in tutti i modi di mettere in cattiva luce gli altri collaboratori del Comandante, compresi i figli. Per essi amava sottolinearne i difetti, oscurandone i meriti, assecondando l’ingenua convinzione del suo Capo di essere stato tradito dalla sorte, perché, come andava lamentandosi continuamente: “Da uno come me e da una santa come Angelina dovevano nascere dei figli eccezionali!”. Questa sua tecnica cesariana di dividere gli altri per primeggiare lui, gli procurò tante antipatie da rendergli difficile il suo stesso lavoro, che portò avanti imperterrito ben oltre la morte di Lauro, cercando un ruolo nella gestione del fallimento della flotta. Importante fu il suo ruolo svolto a Genova, nei primi anni Sessanta, nella difficile trattativa legale che si venne a creare con i cantieri ai quali erano stati ordinati due piroscafi di prestigio: l’Achille e l’Angelina Lauro, due colossi che avrebbero dovuto solcare impettiti gli oceani dando lustro alla flotta. Gli accordi prevedevano una spesa record di 29 miliardi per nave, il 60% a carico dell’Imi ed il 40% a carico del Comandante, da liquidare in 24 rate ad avanzamento dei lavori in un periodo di circa due anni. Achille si era reso conto in ritardo che il prezzo pattuito era troppo alto, ma non sapeva come uscire dall’affare. Fortunatamente, dopo il pagamento di solo due rate, mentre si era ancora nella fase progettuale e si erano acquistati solo i materiali, l’Imi non pagò la sua rata ed i costruttori ritennero rescisso il contratto. L’istituto preferì pagare la sua salata penale, mentre il furbo don Achille, ben consigliato dal suo staff legale riuscì, con un colpo magistrale, ad annullare ogni sua spettanza, in cambio dell’ordinazione di otto, ben più remunerative ,navi commerciali. In seguito acquistò due piroscafi dalla Regina d’Olanda, che rimise completamente a nuovo. Nacquero così l’Achille e l’Angelina Lauro, ammiraglie della flotta, con una spesa inferiore alla metà di quanto si sarebbe dovuto spendere ed in soli 15 mesi. Giovanni Gatti era un medico, nipote acquisito. Fu comandato da zio Achille ad occuparsi dell’azienda, abbandonando sul nascere la professione, a cui tanto teneva e che aveva cominciato, esercitando con entusiasmo il ruolo, allora di moda, di medico della mutua. E Gatti si mosse al “capezzale” dei giornali, con uguale abilità, diventando amministratore di tre testate. Egli seppe gestire con diplomazia i non sempre facili rapporti con i giornalisti e le maestranze, che per abitudine inveterata ereditavano il posto di lavoro di generazione in generazione. Inoltre, durante i continui periodi elettorali era lo scriba di fiducia del grande capo. Egli preparava decine di discorsi, uno adatto per ogni occasione; ad essi Lauro dava soltanto il piglio della battuta o l’aggiunta folcloristica, quando, percependo il polso del pubblico, lo riteneva opportuno. Il variegato mondo del giornalismo, che è ruotato intorno a Lauro, proprietario di numerosi quotidiani, è stato visto sempre con occhio sospettoso, anche perché, sul lavoro, Achille non si reputava secondo a nessuno e prendeva con autorità ogni decisione, mentre sul versante culturale, conoscendo le sue debolezze, spesso si sentiva a disagio. Al suo fianco ha avuto grandi direttori: Alberto Giovannini, che lo ha difeso a spada tratta in memorabili articoli e che Lauro tradì senza preavviso, perché costretto da Almirante ad assumere Piero Buscaroli, raffinato giornalista che condusse per breve tempo il “Roma” con piglio ed autorità. In precedenza vi era stata la direzione di Pietro Zullino, autore dell’unica biografia sul Comandante. Egli fu imposto da Fanfani, pare in occasione dell'”affare” delle due superpetroliere. Per inciso in quegli anni la figlia del “cavallo di razza”, la signora Marina, rivestiva, con un lautissimo stipendio, la carica di responsabile della flotta Lauro nella sede di Londra. E trovandoci in argomento, a proposito dell’acquisto delle due gigantesse del mare, la “Volere” e la “Coraggio”, abbiamo raccolto, da persone a conoscenza dei fatti, più di una versione che, se riferita, darebbe lavoro alla magistratura ( gli episodi infatti non sono ancora andati in prescrizione). Purtroppo tutti gli autorevoli confidenti ci hanno raccomandato caldamente il più rigoroso anonimato, per cui, non potendo citare la fonte, non ne riferiamo alcuna. Rimane per il momento un capitolo oscuro della nostra storia recente, nella quale sono implicati personaggi e forze economiche ancora potenti e ben riciclate nella seconda repubblica. Il rapporto del giornalista con Lauro fu sempre difficile, sin dal primo incontro, che ebbe luogo, come abbiamo visto con altri personaggi, in luoghi poco idonei. La presentazione avvenne infatti nel bagno della villa del Comandante e la meraviglia fu reciproca: Lauro si sorprese che l’interlocutore, tanto decantatogli, fosse poco più che un guaglione, Zullino, di converso, che il suo mitico futuro datore di lavoro lo ricevesse alla stregua di un redivivo Luigi XIV, nel bel mentre della soddisfazione delle più elementari esigenze fisiologiche. Il matrimonio fu però fruttuoso, pur rimanendo ambiguo. Tutti i cronisti ricordano che non fu mai chiamato per nome dal grande capo, il quale aveva coniato per lui una spiritosa espressione: “Chillecabarba”. Lauro riusciva più facilmente a creare un feeling con i redattori che con i vertici, mentre è notorio che con le maestranze aveva rapporti di grande familiarità, per l’usanza di assumere i dipendenti di padre in figlio, creando così i presupposti di una grande famiglia in cui tutti andassero d’accordo. Tale atmosfera idilliaca sfumò soltanto negli ultimi anni di vita del “Roma”, quando le difficoltà economiche fecero da propellente a tutta una serie di rivendicazioni sindacali. Avvocati radicali e pretori d’assalto fecero il resto, dando il colpo di grazia alle dissestate finanze, fino alla triste chiusura della gloriosa testata. Tra i numerosi giornalisti che lavoravano per lui, egli ne sceglieva ogni tanto qualcuno, che lo colpiva per doti di carattere o intelligenza e lo nominava suo pupillo. Così capitò ad Antonio Pugliese, alla cui penna si deve il suo libro: “La mia vita, la mia battaglia”, tradotto in italiano dal racconto in vernacolo del protagonista. Oppure Antonio Scotti, che licenziò, in uno scatto d’ira, senza averlo mai assunto, e che poi, avendone apprezzato le qualità e la fedeltà, divenne il suo consigliere di fiducia per tutte le vicende del Napoli. L’episodio è emblematico e vale la pena raccontarlo: era un ferragosto mozzafiato e Lauro, recatosi in redazione, non trovò nessuno. S’imbufalì e minacciò di licenziare tutti in tronco, perché nel momento del bisogno (doveva replicare ad una provocazione di Onesti, presidente del Coni), non vi era uno straccio di cronista a cui affidarsi. Fu rintracciato tra mille difficoltà Antonio Scotti, l’unico che aveva lasciato un recapito telefonico, che si precipitò a Napoli in lambretta dalla costiera. Egli dovette affrontare da solo, a nome dei colleghi, la furia devastatrice del Comandante, il quale come prima cosa lo licenziò, ma, dopo aver saputo che da anni lavorava senza stipendio, soltanto con un misero rimborso spese, lo mise alla prova dandogli l’incarico di redigere l’importante articolo. Il risultato fu brillante e don Achille rimase così contento, da assumerlo in pianta stabile e con uno stipendio più alto di quello previsto dai contratti sindacali. Anche tra le persone più semplici Lauro ebbe persone di assoluta fiducia, come ad esempio Gennaro” acqu’e mare”, motoscafista, da sempre al servizio nella sua flotta. Settantuno anni, portati con la disinvoltura del cinquantenne ben carrozzato, Gennaro è un fiume in piena di aneddoti sul Comandante , dei quali ci fa partecipi, mentre, con tecnica e rara abilità, libera dalle squame delle pezzogne appena pescate . Gli accompagnamenti di Eliana, che amava prendere il sole e fare il bagno in calette appartate; la brutta avventura a bordo dell’ammiraglia “Achille Lauro”, dirottata dai terroristi, ai quali coraggiosamente aveva cercato di opporsi, la più completa disponibilità a qualunque ora del giorno e della notte. E prima di don Achille un principale non meno importante, anche se per poco tempo: il celebre scrittore americano Ernest Hemingway
Pochi cenni ai politici che furono al fianco di Lauro nella sua carriera, tra i quali, non si può dimenticare Covelli, anche se molte furono le incomprensioni ed i rapporti fra i due furono frequentemente difficili. Il professore avellinese era un politico di razza e le sue decisioni, prudenti e ponderate, facevano da freno al carattere irruente e decisionista del Comandante. Foschini fu a lungo l’ombra operativa di Lauro nei lavori della giunta comunale, a volte come suo vice. Fu tra i primi a tradirlo, diventando prima indipendente e poi facendo da ispiratore alla masnada dei “sette puttani”. Di Sansanelli si servì, nominandolo suo successore, quando, nel 1958, si avvicinava la tempesta dello scioglimento d’autorità della giunta da parte del governo. Ed infine vogliamo ricordare un personaggio di cui nessuno più ha memoria: Gaetano Rizzo Nervo, l’impeccabile organizzatore della mitica spedizione in Sardegna per le elezioni regionali del 1957. Il rapporto autoritario che Lauro ebbe sempre coi suoi collaboratori fu alla fine il motivo principale del crollo del suo impero. Venute meno le forze per l’età avanzatissima, il Comandante, privo di un vero staff di manager al passo con i tempi, non fu più in grado di navigare nel mare procelloso dell’economia, di prendere le decisioni, di capire che la situazione era cambiata. E fu la fine, l’azienda che non aveva un futuro, all’improvviso si trovò anche senza un presente, risucchiata nel vortice di un fallimento, la cui gestione criminosa urla vendetta.
Una parte….. delle donne
Le donne occupano una parte importante nella vita di Lauro, impenitente Don Giovanni, dalla virilità straripante e dal fascino magnetico, ben espresso da due occhi azzurri profondissimi, in felice sintonia cromatica tra mare e cielo. Egli, da buon meridionale, soleva dividerle in due classi ben distinte, da un lato la madre, le sorelle, la moglie, le figlie e dall’altro tutte le altre, verso le quali manifestava un rozzo, anche se spesso ben accetto, gallismo. Non dedicheremo attenzione particolare alle donne del secondo gruppo, migliaia, ma considerate poco più che uno “sfizio” di pochi minuti o di pochi giorni, se non con una sola eccezione, ricordando Maria, di Vico Equense, fedele appagatrice d’irruenze virili fino all’ultimo, ricompensate, più da un sorriso di ringraziamento, che dall’assegno che Manfellotto le elargiva generosamente ogni volta per conto del capo. La sua bellezza era leggendaria e di essa ci hanno dato in molti testimonianza. Vive ancora nel paese natale e l’inesorabile trascorrere degli anni non ha ancora scalfito la sua avvenenza,che trova la più compiuta espressione in due occhi neri dal fascino devastante. La nomea di satiro, che libava a Venere tre volte al giorno fino a età tardissima, ha costituito il segno distintivo del maschilismo di Achille, una leggenda, suffragata però (anche noi ne abbiamo raccolte numerose) da tantissime testimonianze. Tratteremo solo delle donne da lui ritenute importanti. La madre, Laura Cafiero, la quale proteggeva i suoi figli quando erano bambini dalla severità del marito ed al cui ricordo il figlio fu religiosamente legato sino agli ultimi anni della sua vita. Il suo esempio di donna tutta dedita solo e soltanto alla famiglia, ha costituito per il nostro eroe un imprinting potentissimo che ha influenzato, come per tutti i maschi meridionali, i futuri rapporti con le donne. Le tre sorelle: Antonietta, morta quasi centenaria, Amelia e Laura, per le quali Achille non aveva esitato a vendere due navi su tre della sua flotta, pur di approntare la loro dote, condizione a quei tempi indispensabile per sposarsi. Le tre signore condividevano con il fratello , oltre ad una straordinaria somiglianza nei tratti del volto,un carattere allegro ed una spiccata bontà d’animo. Antonietta, come ci conferma l’ingegnere Ercole, era la preferita dei nipoti, ai quali dedicava molto del suo tempo libero, cucinando leccornie e conducendoli frequentemente a cinema. Laura era, come tutte le donne meridionali, gelosissima del marito, un uomo di bell’aspetto, il quale,direttore di banca, non era affatto insensibile alle belle signore. Amelia possedeva un carattere fermo e grandi qualità decisionali. Stabilì, per il futuro dei figli, che la sua famiglia dovesse trasferirsi a Napoli ed andò ad abitare in via dei Mille, dove vi erano gli uffici della flotta Lauro e dove risiedeva Achille con i suoi familiari.Dalla sua tenacia nascerà una significativa realtà imprenditoriale: la flotta Grimaldi. La figlia Laura, “Checchella” per gli intimi, era la preferita di papà rispetto ai due fratelli e spesso doveva intercedere per loro, maltrattati ad ogni piccola mancanza dal padre-padrone.Sposata con Pippo Dufour, genovese, nessun rapporto con la famosa fabbrica di caramelle, Laura è religiosissima e, madre di tre figliole: Simonetta, Donatella ed Emanuela, cercherà di trasmettere loro l’ansiosa ricerca del divino. A queste splendide ragazze il nonno fu affezionatissimo più che agli altri nipoti, tutti maschi.Oggi sono tutte affermate signore della buona borghesia napoletana, come ad esempio Donatella Dufour Grimaldi, senza dimenticare il nome Lauro, del quale la signora conserva impresse nel carattere e nel volto le stimmate. Tre cognomi di grande prestigio portati con classe e disinvoltura.Ama essere ricordata come la nipote del Comandante e del famoso nonno si sente orfana, allo stesso modo di come può percepire la sensazione la focosa Alessandra Mussolini del mitico Benito. Di nonno Achille la signora ricorda il sovraumano attaccamento al lavoro ed il meraviglioso rapporto di simbiosi con la natura, che gli permetteva di parlare con piante e fiori, con un candore ed un semplicità prerogativa solo delle persone semplici ed oneste. Dell’esempio inculcato dalla pia mamma di ricerca verso il mondo spirituale, Donatella aveva mutuato un grande desiderio di libertà spirituale, sfociata in un avvicinamento alle tecniche della meditazione trascendentale, che, una volta apprese e praticate quotidianamente, lasciavano la sua mente capace di spaziare libera per spazi infiniti. Superficiali i rapporti con le due nuore: Isabella Marino, moglie dello sfortunato Gioacchino ed Elena d’Aragona moglie(da trent’anni separata) di Ercole, che gli hanno sempre portato un grande rispetto, senza però che si creasse un particolare feeling. Marina Fanfani, figlia di Amintore, il più puro cavallo di razza che abbia mai cavalcato le immense praterie della Democrazia cristiana, è forse l’unica donna che possa fare da cerniera tra il gruppo delle parenti e la nutrita schiera di tutte le altre…preda della insaziabile fregola del Comandante.

Lauro in compagnia di Marina Fanfani
Tra i due si instaurò una simpatia ed una fiducia a prima vista, a tal punto che don Achille non esitò a nominarla responsabile di una delle più importanti e prestigiose sedi estere della flotta: Londra. Il lavoro nella City prevedeva delicati rapporti con l’ambiente internazionale dei noli marittimi ed assicurativi; di conseguenza era previsto uno stipendio cospicuo, in linea con le difficoltà e la grande responsabilità dell’incarico. Gli invidiosi e le malelingue misero in giro, viceversa, la voce che i faraonici compensi alla signora Marina nascondessero il proposito di ingraziarsi il padre Amintore, una cui decisione in quei giorni era vitale per i finanziamenti statali nell’acquisto delle due super petroliere: “Coraggio” e “Volere”.
Jolanda Ferrante è stata la sua amante per più di quindici anni e gli ha dato un figlio: Achille, che Lauro non voleva riconoscere, ma che gli fu imposto da un verdetto del tribunale. In seguito lo accettò nella sua grande…famiglia e gli affidò gli uffici della flotta in sud America. A lungo sono esistite due distinte famiglie per Lauro. Per soddisfarle entrambe, alla fine della guerra, mentre era agli arresti domiciliari, usciva di nascosto la sera. Scoperto fu trasferito in carcere prima ed al campo di concentramento poi, dove, la domenica, quando si potevano ricevere visite dai congiunti, si alternavano, una volta la moglie con i figli e l’altra Jolanda con Achille junior. Lauro, nei suoi frequenti viaggi di lavoro, si accompagnava quasi costantemente a Jolanda, senza timore di comparire con lei in ricevimenti o manifestazioni pubbliche. Angelina soffrì molto per questa situazione, ed in un momento di depressione tentò anche il suicidio, ricevendo dal marito, accorso al sua capezzale, una sonora ramanzina, come se la colpevole fosse stata lei. Angelina, nei primi anni di vita matrimoniale, era consultata dal marito in ogni decisione importante legata all’azienda ed Achille teneva in gran conto il suo parere, riconoscendo pubblicamente che metà della sua fortuna dipendeva dai suggerimenti della moglie. Si scrivevano struggenti lettere d’amore ed erano inseparabili. Ella era e rimase una persona semplice, dai gusti sobri, sempre disponibile, i cui interessi, oltre al culto della famiglia, erano le iniziative benefiche, dalla Croce Rossa alle Vincenziane. A parte la beneficenza istituzionale, amava percorrere i vicoli della città antica, dove tutti la conoscevano.
La sua attenzione precipua era per i sofferenti, per i quali, due volte l’anno, organizzava il treno per Lourdes. In più assisteva, lavava, confortava i malati, sorretta da una fede non comune. Nei gala e nelle canaste di beneficenza, organizzate nella sua villa, amava indossare quegli orribili cappelli a falda larga, all’epoca tanto di moda, e avrebbe desiderato avere il marito al suo fianco, ma Achille, dopo aver salutato qualcuno, scappava via, perché non tollerava la vista di tante anziane signore, né tanto meno perdere tempo con delle carte diverse dalle banconote. Sopportava pazientemente le scappatelle del marito, come una croce da dover portare in cambio del privilegio di vivere al fianco di un uomo dalla sprizzante vitalità, ma rimase sconcertata, quando Achille le confessò candidamente di non desiderarla più sessualmente. “Ti amo, ti voglio bene, non potrei vivere senza di te, sarai sempre la padrona assoluta del mio cuore, ma non ti desidero più e non voglio mortificarti con una bugia”. Angelina capì che non c’era nulla da replicare ed accettò anche le camere separate, ma il suo cuore si spezzò sanguinante di una ferita che non si rimarginò più. Quando il suo Achille le confidò che aveva lasciato Jolanda, tirò un sospiro di sollievo, ma non sapeva di essere caduta dalla padella nella brace. Achille aveva lasciato la vecchia fiamma, unicamente, perché si era innamorato di una donna di cinquant’anni più giovane di lui, con la quale starà insieme fino alla morte: Eliana Merolla.

Nozze tra Achille Lauro ed Eliana Merolla in arte Kim Capri
Cupido fu un concorso di bellezza, uno dei tanti che, negli anni Cinquanta, programmavano a gara i due giornali napoletani. Il “Roma” ne organizzava di megagalattici ed il “Mattino”, sulla sua scia, aveva promosso, con grande successo, l'”Ondina sport sud”, dedicata alle bellezze estive, quando il bikini era da molti benpensanti considerato, più che osé, un oltraggio al pudore. Non erano queste le uniche attività che il “Mattino” organizzava a ruota, carpendo l’idea dalla fertile mente del Comandante, anzi l’esempio più paradigmatico era costituito dalla gigantesca sottoscrizione “Bontà di Napoli”. Essa per mesi sollecitava le offerte dei lettori, solleticandone la vanagloria di vedere il proprio nome pubblicato tra i benefattori. L’iniziativa fu varata allo scopo di approntare, per le feste natalizie, pacchi doni, in tutto simili a quelli elargiti da Lauro, da distribuire a pioggia tra i bisognosi della città. Sono gli anni in cui nasce a Napoli questo sfrenato attivismo benefico, del quale si fanno paladini grassi signori della nobiltà (decaduta) e della borghesia (nullafacente), in perfetta sintonia con signore d’annata, legate il più delle volte unicamente all’aspetto mondano della dazione. Gli effetti nefasti, in termini di persecuzione ai limiti della rottura, si riverberano fino ai giorni nostri, caratterizzati da un quotidiano pullulare di collette, gare di burraco, spettacoli teatrali con attori dilettanti e sprovveduti, che si susseguono a ritmo vertiginoso, mentre i benefattori (con soldi altrui) sono diventati legioni, animati da due soli obiettivi: comparire come “buoni” in società e, ove mai esistesse, assicurarsi una felice collocazione in Paradiso, ignorando sfacciatamente il dettato evangelico, che ammonisce rigorosamente: “Non sappia la mano sinistra ciò che fa la mano destra”. Il concorso “La stella di Napoli” aveva un premio speciale molto appetibile: un provino cinematografico per diventare attrice protagonista del primo film prodotto da Lauro, dal titolo: “La città del sole”. Scopo della pellicola, per la quale si era raggiunto un accordo con Eduardo De Filippo per affidargli la regia, era quello di mostrare la Napoli nuova, sorta con la ricostruzione, con strade ampie e palazzi nuovi e diffonderne l’immagine per l’Italia. La folla di ragazze che si accalcava per partecipare alla gara era di conseguenza più nutrita del solito e, tra questi teneri boccioli, vi era Eliana, la più profumata, che si presentava, dopo un ennesimo bisticcio col gelosissimo fidanzato, con la segreta speranza di poter sfuggire ad un matrimonio, che si prevedeva asfissiante e ad un futuro che si preannunciava monotono.

Lauro con la moglie Eliana e la piccola Tania
La prima selezione scelse, su oltre cento partecipanti, dieci ragazze, che durante la festa di Piedigrotta sfilarono, indossando un succinto costume da bagno, su di un carro speciale dedicato alle stelle di Napoli. Eliana, con i suoi attributi fuori del comune, dagli occhi verde smeraldo ai capelli biondo tiziano, per tacere del resto, attirò gli sguardi vogliosi del pubblico e non si contarono i complimenti a gran voce di ogni genere da parte dei più audaci. Alla successiva finalissima le ragazze furono sottoposte al voto di una giuria composta da personalità della politica, dello sport e del giornalismo. Anche Lauro faceva parte dei votanti e si pronunciò con un dieci e lode per Eliana, ma, distratto da altri impegni, si allontanò senza attendere l’esito delle selezioni. Sicuro della sua vittoria, il giorno dopo si rammaricò che la sua prescelta fosse arrivata solo seconda, perciò decise di farle arrivare un suo messaggio e d’invitarla per un incontro nel suo studio, nel quale si sarebbe dichiarato disponibile a far sottoporre anche lei ad un provino per il film da girare. Dall’incontro probabilmente immaginava che sarebbe potuto scaturire anche dell’altro, ma la ragazza spense ogni suo bollore, allorché si presentò piangendo. Raccontò la sua triste storia, dai lutti familiari al fidanzato geloso e rompiscatole. Lauro commosso promise di aiutarla. Nei giorni successivi le sue telefonate s’intensificarono, insospettendo il padre e la madre di Eliana, i quali decisero che avrebbero affrontato Lauro, pregandolo di lasciar perdere la loro figlia. I genitori lo convocarono a casa loro e, pur accogliendolo con tutti gli onori come il re di Napoli, cercarono di convincerlo, ma lo scontro fu impari. L’autorità del Comandante tolse loro le parole di bocca ed essi capitolarono, senza condizioni, davanti all’offerta di un contratto di attrice con un cachet superiore a quello percepito dalla stessa Sophia Loren: 25 milioni, una cifra che nessuno avrebbe potuto rifiutare. Il film, per la regia di Claudio Gora, nonostante la partecipazione di attori famosi, da Paolo Stoppa ad Amedeo Nazzari, non ebbe particolare successo. La Merolla, con lo pseudonimo di Kim Capri, ebbe però modo di mostrare le sue ragguardevoli ed esplosive grazie, ma poi preferì entrare nel ruolo più gratificante di amante di Lauro. A dire la verità, almeno all’inizio, un’amante un po’ sui generis; infatti, come con Angelina aveva instaurato un rapporto di fratello e sorella, così con Eliana ne aveva creato uno, ancora più ambiguo, di padre e figlia. Si vedevano soltanto la sera per la cena, nell’appartamento di via Crispi vicino a villa Lauro. Si parlava del più e del meno e si accennava anche alle “sedute”, non proprio d’affari, che Lauro aveva avuto nel pomeriggio. Durante le vacanze i due colombi prediligevano le località della costa azzurra, lambite con il “Karama”, il superbo veliero, dotato di un equipaggio di ben 11 marinai. Achille copriva la sua amata di regali costosissimi, captando e soddisfacendo al volo qualsiasi suo desiderio. Ci furono, come in tutti gli amori, anche momenti difficili, quando all’orizzonte comparvero uomini più giovani del Comandante, come un inglese, affascinante e tenebroso, per il quale vi fu una sbandata. Egli voleva sposare Eliana; lei però alla fine, dopo mille ripensamenti, scelse di rimanere al fianco del suo Achille. Questa decisione fece ricredere i figli di Lauro, i quali cominciarono ad intuire che quella ragazza, così bella e così giovane, era sinceramente affezionata, se non innamorata, al loro genitore. Eliana pretese però di essere sposata (tutte le donne sono uguali). Lauro era oramai da anni vedovo e lo stesso si ostinava ad abitare da solo nella villa, recandosi in visita dalla sua compagna solo la sera, alla fine di una giornata di lavoro spesso massacrante, per la cena e quattro chiacchiere. Più volte si erano preparate le carte per il matrimonio, ma esse erano scadute, senza che nulla avvenisse. Eliana, sentendosi presa in giro, minacciò allora di scappare via per sempre ed Achille la riacciuffò soltanto sul filo di lana, mentre si accingeva a raggiungere l’aeroporto. Furono preparate di nuovo le pubblicazioni, ma i giorni passavano e la fanciulla era oramai rassegnata. Una sera, mentre cenavano tranquillamente, mancavano pochi minuti alle 22, Achille all’improvviso disse: “Preparati voglio andare a teatro” e poiché la compagna perdeva tempo a prepararsi, disse bruscamente: “Non è necessario vestirsi eleganti”. Ma lei intuì che sarebbe successo qualcosa di strano, per cui non volle rinunciare ad un completino in crepe di lana ed alla pelliccia con il collo di zibellino e, perché no, anche ad un pizzo antico di Bruxelles, uno splendido merletto che era appartenuto ad una sua ava.
Scesi in garage, dove era in attesa la Mercedes con l’autista, prendono posto in una piccola utilitaria e raggiungono la stradina, ove è situata la parrocchia di San Benedetto all’Arco Mirelli. La porta della chiesa è socchiusa, ma all’interno vi è un tripudio di rose pallide e di lillà bianchi. Sull’uscio viene offerto un minuscolo bouquet di fiori alla frastornata Eliana, che trova il braccio del fratello e raggiunge emozionantissima l’altare. Don Ciro, credendola sprovvista, si offre di prestarle un velo dalla sagrestia, ma Eliana non rinuncia al suo, con il quale si erano già sposate la mamma e la nonna. Momenti di divertito imbarazzo, quando Lauro offre il suo dito al parroco, che sorridendo invita gli sposi a scambiarsi gli anelli. Sono le 23,30, pochi minuti e sarebbero scadute le pubblicazioni per l’ennesima volta. Pochissimi i parenti e gli amici presenti alla cerimonia, molti e sfarzosi saranno i regali nei giorni successivi, testimoni due fedelissimi: Gaetano Fiorentino ed Andrea Torino. All’uscita si assembra una piccola folla di curiosi, medici ed infermieri di turno nel vicino ospedale Loreto e qualche perditempo notturno, che a Napoli non manca mai. Un applauso ed in coro un grido augurale: “Viva gli sposi” e di rincalzo: “Vita lunga a don Achille”. Con questo matrimonio si mette la parola fine ai pettegolezzi ed alle voci di nozze segrete celebrate all’estero. La prima presentazione ufficiale della sposa al Meeting internazionale degli armatori svoltosi a Sorrento, dove Eliana, nella sua sfolgorante bellezza, oscura le compagne dei più potenti imprenditori del globo. Dopo pochi giorno al Festival del cinema nuova splendida apparizione, al fianco dei più prestigiosi nomi dello spettacolo. Divenuta moglie, la famiglia di Lauro cominciò a frequentarla e, conoscendola meglio, seppe apprezzare il suo attaccamento ad Achille, il suo carattere semplice ed allegro e la sua riservatezza. Ercole, che assieme alla sorella Laura si era opposto strenuamente al matrimonio, paventandone le dannose conseguenze economiche sull’eredità, fu felice di ricredersi, a tal punto da intrattenere ancora oggi cordiali rapporti di amicizia con Eliana, da anni trasferitasi a Roma. Appena celebrato il matrimonio, la novella sposa, assistita dal suo legale di fiducia, l’avvocato Gallo, si recò dal notaio Monticelli e dichiarò di voler separare i suoi beni da quelli del marito, uno degli armatori più ricchi del mondo, tra i primi contribuenti in Italia, con un volume di tasse superiore a quello versato ogni anno dall’avvocato Agnelli, il padrone della Fiat. Il motivo di questa scelta, a lungo rimasta segreta, era semplice per quanto sconcertante: la signora era rimasta affascinata dal potere del suo compagno e non dalla sua ricchezza. Che questa ragazza volesse bene veramente ad Achille lo aveva intuito la stessa Angelina, la quale, mentre odiò sempre Jolanda, ritenuta una pericolosa rivale, per questa fanciulla che sacrificava la sua giovinezza al fianco di un uomo tanto più anziano, ebbe addirittura parole di ringraziamento: “Se rende felice il mio Achille, sono felice anche io”. Una volta sposati, vi fu il naturale desiderio di un figlio. Lauro, vicino ai 90 anni, non potendo provvedere personalmente e preoccupato di lasciar sola la sua sposa, si attivò per adottare una bambina. La scelta cadde su una piccola tailandese: Tania, dal visino paffuto e dagli occhi di una bellezza devastante. Questa bambina è stata l’ultimo, ma forse il più intenso, amore di Lauro, quando negli ultimi anni egli, chiuso nei meandri dei suoi pensieri, non voleva vedere più nessuno ed amava ritirarsi con la sua piccina per giocare e per scambiarsi coccole. La copriva di giocattoli, però pretendeva che a Natale lei, che poteva avere tanto, li regalasse tutti ai ragazzi poveri. E Tania si rammarica oggi di non aver nessuna traccia della sua infanzia, anche se rammenta con struggente malinconia un meraviglioso trattore elettrico, che tanto le piaceva. Sono tanti i teneri ricordi: “Dalle caramelle alla frutta, di cui ero ghiotta, che papà mi portava, svegliandomi ogni mattina, mentre a mamma serviva a letto il caffè ( e non è vero, come è stato scritto, che le accettavo per poi nasconderle sotto il cuscino) fino alle giravolte in cielo che mio padre, nonostante l’età, mi faceva fare la domenica.”
Tania è oggi una splendida ragazza di 27 anni, ammirata e corteggiata dai coetanei. Divide con la madre un appartamento a Roma e vive del suo onesto lavoro: gestisce in franchising con grande entusiasmo un negozio “Calzedonia”, che le fornisce molte gratificazioni.

Tania Merolla
Ha ricordi lucidissimi dei pochi anni vissuti con il padre, al quale è stata sempre legatissima. “Era bello abitare nella villa di Massa Lubrense, dove sono vissuta fino all’età della scuola, quando mi sono dovuta trasferire a Napoli, per frequentare il Santa Dorotea”. Ancora oggi Tania ha un sogno ricorrente che ha voluto confidarci: “Papà era solito addormentarsi il pomeriggio sulla poltrona, con gli occhi socchiusi verso l’alto e pareva che volesse saltare in cielo. Ed un brutto giorno, che non lo vidi più, mi dissero che proprio lì si era recato. Ancora oggi nelle notti stellate spingo lo sguardo alla sua ricerca e tanto lo cerco, fino a quando non lo trovo in qualche angolo del cielo, mentre mi guarda benevolo e mi sorride, lui che era tanto buono. Solo allora sono felice e mi balena alla mente un verso studiato a scuola, che mi ha sempre emozionata: L’amor che move il sole e l’altre stelle.”